Un anno dal crollo del Ponte Morandi: i terribili racconti di 7 persone colpite da vicino dalla tragedia [GALLERY]

È passato un anno dal maledetto 14 agosto 2018, giorno in cui il ponte Morandi è crollato, portando via con sé 43 anime: il tempo probabilmente non riuscirà mai a cancellare dalla mente le sensazioni vissute durante la tragedia da quanti ne sono stati protagonisti
Marco Alpozzi/LaPresse
AFP/LaPresse
Davide Gentile/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
AFP/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
AFP/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse
Marco Alpozzi/LaPresse

È passato un anno da quando a Genova è crollato il Ponte Morandi, mentre auto e camion lo stavano percorrendo. Decine di persone sono precipitate giù, cadendo per 45 metri. 43 le vittime della tragedia. Oggi, Genova si è fermata per ricordare le 43 vite spezzate dal crollo. In questo articolo, la storia e i racconti di 7 persone colpite da vicino dai terribili eventi del 14 agosto 2018.

Emmanuel ed Henry Diaz

Emmanuel Diaz

Il giorno prima del crollo, Emmanuel Diaz e suo fratello Henry avevano percorso il ponte Morandi. Emmanuel stava per volare in Colombia per studiare psicologia ed Henry lo aveva accompagnato in aeroporto. “Quando ci siamo salutati, l’ho abbracciato molto forte e gli ho detto: “Ti voglio bene, sono così orgoglioso di te”. È stato strano, perché non volevo lasciarlo andare, al punto che le ultime parole che mi ha detto sono state: “Emmanuel, devo andare”. Ora sembra che il suo destino fosse già scritto e che la vita ci ha permesso di salutarci, perché quell’ultimo abbraccio è stato forse il più intenso delle nostre vite. Volevo abbracciarlo per sempre”.

Il mattino seguente, Emmanuel aveva raggiunto Bogotà e stava aspettando il volo per Medellín quando tra le notizie ha visto che a Genova, il ponte Morandi era crollato. “Ho sentito immediatamente che c’era qualcosa che non andava. Tra fratelli esiste una speciale connessione. Ho guardato una foto di mio fratello Henry e ho pensato: “Perché sento come se tu fossi così lontano?”. Sentivo che non era più con me. Quando ho raggiunto Medellín, ho cercato di chiamarlo, di chiamare i nostri amici, nostra madre in Italia, ma mi sentivo impotente. Ero quasi a 14.000km di distanza. Quindi, ho iniziato a guardare le notizie online, a cercare aggiornamenti. Avevamo un’auto gialla, molto riconoscibile. Ho iniziato a guardare una diretta streaming su Facebook e ho visto il momento in cui estraevano la nostra auto gialla dalle macerie. In quel momento, ho capito che mio fratello era morto. Ho guardato l’immagine dell’auto e ho pensato: “Nessuno può sopravvivere in quell’auto, non è possibile”. Sono caduto a terra, ho perso la forza nelle gambe, sono svenuto”.

Il Vice Procuratore Paolo d’Ovidio

Ufficio Stampa Vigili del Fuoco/LaPresse

Il Vice Procuratore Paolo d’Ovidio era appena tornato dalle sue vacanze estive e aveva lasciato il cellulare a casa. Ha chiamato la moglie per informarla e lei gli ha detto di passare alle notizie. “Lei ha detto: “È successo qualcosa al ponte Morandi”. Sono andato su internet e ho visto le prime foto. Sono corso a casa a prendere il cellulare, poi mi sono recato sul posto con la polizia. Siamo arrivati ad un’ora dal crollo. C’erano vigili del fuoco, polizia, paramedici e giornalisti. Stava piovendo. Ho visto così tanta disperazione. Non posso fingere che non sia stato traumatico. C’erano persone che urlavano, piangevano; i cani cercavano i corpi, i cani cercavano le persone ancora in vita. E c’erano interi pezzi del ponte, interi pezzi di strada che erano caduti su altre strade. C’erano magazzini distrutti da 50-60m di strada che era caduta. C’era un camion sospeso a 50 metri dal suolo con il conducente intrappolato al suo interno. È stato subito chiaro che, così come era necessario soccorrere i sopravvissuti, c’era il bisogno immediato di capire cosa fosse successo e quindi le indagini sono iniziate da lì”.

Davide Capello

Davide Capello

Uno dei primi testimoni della tragedia è stato Davide Capello, che era al volante della sua Volkswagen Tiguan sul ponte. Era a metà strada quando ha sentito un sordo rumore metallico. “Non era un colpo, non era un’esplosione. Sembrava come se qualcosa fatto di acciaio si fosse rotto. Una frattura, come se qualcosa si fosse spaccato in due. Per qualche secondo sono stato attonito. Non riuscivo a capire da dove provenisse il suono. Poi ho visto che tutto davanti a me stava iniziando a crollare. Ho visto le auto davanti a me sparire e pezzi di strada crollare. Ho premuto il freno, cercando di fermare l’auto prima di finire fuori strada. Ma non ci sono riuscito. Ho sentito la strada sotto di me svanire e l’auto cadere in picchiata nel vuoto. Ho lasciato il volante e ho messo le mani dietro la testa. Urlavo: “Sono morto, sono morto, sono morto”. È stata una sensazione stranissima, è successo così velocemente, non ho avuto il tempo di spaventarmi. Tutto quello che sentivo era un senso di impotenza. In attesa che tutto finisse. Sono stato abbastanza fortunato da atterrare su un cumulo di detriti. Ricordo di averlo colpito con il retro dell’auto. C’è stato un forte schianto intorno a me. Era tutto polvere e rumore, come se un missile avesse colpito il ponte. Sono stato in auto per circa 20 minuti perché avevo paura di uscire, ero bloccato. Quando alla fine sono uscito, mi sono guardato intorno e tutto quello che ho visto erano detriti, auto schiacciate, persone dentro le auto. C’era un silenzio irreale, un silenzio innaturale. Era come una scena di guerra”.

Mimma e Anna Rita Certo

13 metri sotto il ponte, Mimma Certo era nell’appartamento al 3° piano della sua famiglia quando ha sentito uno strano suono metallico. “Ero nella doccia. Ho sentito questo suono come un tuono che sembrava continuare per sempre. Come qualcosa che colpiva il ferro. E non riuscivo a capire se fosse un camion che era caduto sui binari. Poi ho iniziato a sentire le persone correre nella strada e urlare. Ho aperto la finestra e ho visto tutto queste macchine nel fiume con i fari ancora accesi; ho guardato su e ho visto il troncone del ponte. È allora che mi sono bloccata. Ho preso la borsa e le scarpe e sono corsa via. Ho chiamato mia sorella e ho fatto una foto perché era impossibile spiegare cosa era successo. Nessuno ci avrebbe creduto”.

La sorella di Mimma, Anna Rita, era al lavoro. Ora sono 60enni, ma le sorelle erano bambine quando fu costruito il ponte sopra il loro condominio, negli anni ’60. “L’abbiamo visto crescere. Giocavamo sotto il ponte. Quando il presidente venne ad aprirlo, sentivamo come se vivessimo sotto un capolavoro architettonico. Era un segno che l’Italia stava crescendo. Quando ho visto la foto del crollo, ho sentito che ero stata tradita. Perché il ponte era una presenza dalla mia infanzia. È stato come scoprire che il tuo miglior amico è un assassino”.

L’ingegnere strutturale Carmelo Gentile

Carmelo Gentile

L’ingegnere strutturale Carmelo Gentile era in vacanza ad oltre 1.600km di distanza, in Grecia, quando ha ricevuto un messaggio dal fratello che diceva che il ponte era crollato. “Mia moglie mi ha detto che mi sono seduto in completo silenzio per 20 minuti dopo aver letto quel messaggio. È difficile descrivere ciò che mi passava nella mente”. L’autunno prima, Gentile e il suo team al Politecnico di Milano aveva testato il ponte in preparazione di un progetto da 26 milioni di euro per rinforzare il pilone che alla fine è crollato. L’opera di rinforzo sarebbe dovuta iniziare solo un mese dopo il crollo del ponte. “Utilizziamo dei sensori e dalle vibrazioni, misuriamo le variazioni rilevate che ci danno informazioni sulla rigidità e sulla salute del ponte. Quello che è emerso è che la parte del ponte che poi è crollata presentava anomalie molto chiare. Se un ingegnere vede qualcosa fuori dall’ordinario, in questo caso una forma d’onda che era molto strana e al di fuori dalle solite misurazioni, bisogna eseguire test più approfonditi per aprire la struttura e andare a vedere cosa succede all’interno. Bisogna farlo il prima possibile”.

Autostrade, la compagnia che gestiva il ponte, dice che era costantemente monitorato e soggetto a frequenti ispezioni di routine e che nessuno dei diversi tipi di monitoraggio aveva mai indicato che ci fosse bisogno di un “intervento immediato o urgente”. Gentile ha inviato la sua relazione alla SPEA Engineering, che conduce i lavori per Autostrade. “Se mi avessero chiesto di eseguire ulteriori test, probabilmente avrei individuato che c’era un problema. Probabilmente appena avessi sistemato il sistema di monitoraggio, avrei realizzato che la situazione era peggiorata dagli ultimi test. In quel caso, avrei potuto scrivere ad un giudice e, dati oggettivi alla mano, avrei richiesto la chiusura del ponte per ragioni di sicurezza”, ha dichiarato Gentile.

Nuova tecnica per rilevare le strutture a rischio crollo dallo Spazio: il Ponte Morandi mostrava segni di deformazione già nel 2015

Purtroppo però queste sono solo ipotesi fatte con il senno di poi, che non bastano (e niente può bastare, in realtà) a consolare quanti quella terribile esperienza l’hanno vissuta. Anzi, probabilmente servono solo ad aumentare la rabbia e la disperazione che li hanno segnati per sempre nel profondo, non solo per la perdita dei loro cari ma anche per l’aver visto la morte in faccia. Sono state, infatti, 1000 le persone seguite da psicologi in un anno dalla tragedia.