Il diabete è sempre più diffuso in Italia e assistere le persone con la malattia è diventato un impegno sempre più gravoso per il sistema sanitario nazionale. I dati più recenti dell’Osservatorio ARNO Diabete, nato da una collaborazione tra Società Italiana di Diabetologia (SID) e CINECA, documentano che il tasso di prevalenza totale del diabete in Italia è pari al 6,34%. E accanto ai casi noti non rilevati da queste fonti (prevalentemente pazienti in terapia solo dietetica, privi di esenzione ticket e mai ricoverati in ospedale) ci sono i casi di diabete misconosciuto che secondo stime recenti corrispondono a circa il 20% del totale. Quindi la prevalenza complessiva del diabete si attesta ragionevolmente intorno all’8 per cento. Estrapolando il dato all’Italia si tratta di circa 4 milioni di casi noti e circa 1 milione di casi misconosciuti.
Inoltre, circa 10 milioni di persone hanno una forma di ‘prediabete’ (alterata glicemia a digiuno e/o ridotta tolleranza glucidica), un pregresso diabete gestazionale o familiarità primo grado per diabete o obesità o sovrappeso centrale. Di questi circa 2 milioni svilupperanno il diabete nei prossimi 10 anni se non faranno qualcosa per evitarlo. La malattia è complessa, seria e potenzialmente grave: la prevalenza e l’incidenza delle complicanze cardio-vascolari (infarto del miocardio, ictus, vasculopatia periferica) risulta aumentata da 2 a 3 volte nelle persone con diabete tipo 2 rispetto alla popolazione non diabetica. Di questo non c’è sufficiente percezione e la conseguenza è una insufficiente determinazione nella identificazione sia dei soggetti a rischio di malattia sia di coloro con diabete misconosciuto.

Alla ricerca ha partecipato la Società Italiana di Diabetologia (SID) tramite la coorte dello studio GENFIEV (Genetics, PHYsiopathology, and Evolution of Type 2 diabetes) e il gruppo del professor Giorgio Sesti tramite la coorte dello studio CATAMERI (CATAnzaro MEtabolic RIskfactors). “L’importanza di questo studio – sottolinea Sesti – è quello di avere fatto emergere l’utilizzo a scopo diagnostico dei valori della glicemia, ad un’ora dall’assunzione di un carico orale di glucosio (75 grammi) al fine di identificare non solo le persone a rischio di diabete tipo 2 ma anche di coloro che hanno già la malattia conclamata che sarebbero altrimenti ignorate nel tempo con un test ambulatoriale di breve durata, comunemente eseguito e dai costi assai limitati.
Il tema dell’utilizzo del test a 1 ora da carico orale di glucosio è rilevante tanto che sarà anche oggetto di un simposio al prossimo meeting dell’International Diabetes Federation che si terrà in Corea dal 2 al 6 dicembre 2019. Tra l’altro – aggiunge Sesti – questo test, mostrando una elevata sensibilità e specificità, potrebbe aiutare a superare le attuali discrepanze dei test diagnostici basati sulla glicemia a digiuno, le misura della emoglobina glicosilata e la misura della glicemia 2 ore dopo carico orale di glucosio. Infatti dati italiani ci dicono che il 47 per cento dei soggetti diagnosticati come diabetici con la misurazione dell’emoglobina glicata non risultano diabetici al test a 2 ore di carico orale di glucosio mentre il 53,4 per cento dei soggetti diagnosticati con carico orale di glucosio a 2 ore non risultano diabetici con la misurazione della emoglobina glicosilata”.
I ‘numeri’ del diabete e del pre-diabete
Gli attuali criteri diagnostici sono:
. glicemia a 2 ore dall’OGTT ? 200 mg/dl = diagnosi di diabete
. glicemia a 2 ore dall’OGTT tra 140 e 199 mg/dl = ridotta tolleranza al glucosio (IGT, impaired glucose tolerance)
Oltre al diabete, esistono altri stati di disglicemia (pre-diabete). I valori dei seguenti parametri diagnostici consentono di individuare soggetti a rischio di diabete e malattie cardiovascolari:
. glicemia a digiuno 100-125 mg/dl (alterata glicemia a digiuno o impaired fasting glucose, IFG);
. glicemia a 2 ore dopo carico orale di glucosio 140-199 mg/dl (ridotta tolleranza al glucosio o impaired glucose tolerance, IGT)
. emoglobina glicata (HbA1c) 42-48 mmol/mol (6,00-6,49 per cento): IGT