Dall’alimentazione agli hotel spaziali, lo space design per migliorare le missioni in orbita e favorire il turismo spaziale

Frutta e verdura a chilometro zero sulla Luna e hotel nello spazio per migliorare la qualità della vita degli astronauti e sviluppare il turismo spaziale

Daniele Bedini, nato a Firenze nel 1952, è l’autore della prima tesi di laurea in Europa in “space architecture” in collaborazione con la NASA. Lavorando nel campo dell’architettura, del restauro e dell’interior design, in Inghilterra insegna in tre delle più importanti università internazionali. In particolare è responsabile, in qualità di “Lecturer”, dell’unico corso europeo in “space design”, con il supporto di ESA e NASA, presso la Kingston University. Come esperto in “space design” e “space tourism”, collabora come general manager con le più importanti organizzazioni e industrie aerospaziali europee ed internazionali.

Nello spazio hai la possibilità di progettare a 360° sferici perché l’alto e il basso non esistono più. Devi avere un codice di orientamento, soprattutto per le situazioni di emergenza quando bisogna sapere rapidamente in quale direzione dirigersi, ma puoi mettere il letto sul soffitto. E poi, lavorando in team con esperti di altre discipline, acquisisci un background molto più ampio rispetto a quando lavori nel design terrestre”, spiega Bedini. Tuttavia, “siamo ai primordi dello space design. Gli interni delle stazioni spaziali – sia quella russa, sia quella americana, sia quella internazionale – sono stati finora molto rudimentali”. Più che all’abitabilità, nella loro costruzione si è puntato a soddisfare requisiti di sicurezza e di funzionalità. Per quanto riguarda il sistema di illuminazione, per esempio, Bedini ha detto: “A bordo delle stazioni spaziali a lungo sono state installate delle semplici plafoniere fluorescenti (ora sostituite da LED), ma delle plafoniere che sulla Terra useremmo nei ripostigli!

Copyright ESA/NASA, CC BY-SA 3.0 IGO

Eppure quello dell’illuminazione è un tema molto importante a bordo delle stazioni spaziali perché i ritmi circadiani degli astronauti rischiano di essere completamente stravolti. “Ogni 24 ore, nella ISS ci sono 16 albe e 16 tramonti. A livello biomedico era necessario ricreare il ciclo giorno-notte del nostro pianeta. Per questo, con iGuzzini abbiamo sviluppato un sistema di illuminazione apposito, il SIVRA”, ha detto Bedini, parlando del progetto dell’Habitation Module della Stazione Spaziale Internazionale, assegnatoli da NASA ed ESA.

Anche l’alimentazione svolge un ruolo fondamentale per ridurre lo stress psicofisico di una missione in orbita. Immaginare che gli astronauti seguano una dieta corretta, nutriente e anche gradevole sembra qualcosa di esagerato ma nel 2004, ancora per la ISS, Bedini ha partecipato alla preparazione dell’esperimento MeDiet (Mediterranean Diet Experiment): “Ho disegnato il vassoio di cibi italiani da mandare in orbita con la navicella Soyuz. Dal punto di vista scientifico, la necessità peculiare era quella di conservare il cibo fresco per sei mesi senza frigorifero”, ha spiegato. Nel menù c’erano pomodorini Pachino essiccati, formaggio pecorino toscano, piadina romagnola, pesche e gianduiotti piemontesi.

Credit: NASA

Per quanto riguarda il food spaziale, ora si parla anche di frutta e verdura a chilometro zero sulla Luna. “L’anno scorso, sono stato chief designer del progetto Green Moss per realizzare una serra dove coltivare piante e riciclare aria sulla Luna. Commissionato alla Thales-Alenia Space di Torino dall’ESA, l’agenzia spaziale europea, anche questo è stato un progetto bellissimo: abbiamo inventato delle strutture pneumatiche all’interno delle quali le piante – insalata, pomodori, ecc. – crescevano illuminate da un sistema LED; tutto condensato in 10 centimetri di spessore, leggerissimo. Nelle serre aeroponiche come la nostra, le radici delle piante assorbono i nutrienti dal vapore acqueo in cui sono immerse, e la tecnologia permette una produzione intensiva con più cicli all’anno”, ha spiegato l’esperto.

Credit: Orion Span

Ma migliorare la qualità della vita degli astronauti professionisti offre anche nuove opportunità per lo sviluppo del turismo spaziale: “La prossima sfida per lo space design sono gli space hotel. Ho insegnato per diversi anni a Londra, e con i miei studenti abbiamo sviluppato molti concept per space hotel. Tra qualche anno, l’idea andrà per la maggiore, ci sarà una gara a chi costruirà l’hotel spaziale più bello (e più costoso)”, ha affermato Bedini. La Virgin Galactic di Richard Branson ha presentato il suo spazioporto nel deserto del New Mexico: “Presto il primo volo consentirà a sei turisti di salire a 100 chilometri di distanza dalla superficie terrestre e di godersi – per pochi minuti, purtroppo – il panorama della Terra dallo spazio. Il tutto per 200.000 dollari a biglietto. In pochi possono permetterselo, ma col tempo diventerà una cosa abbastanza diffusa e i prezzi caleranno, come è stato per i voli aerei”, ha aggiunto Bedini, che ha fornito informazioni anche sull’abitacolo. La sua conformazione sarà simile a quella degli aerei per evitare che i passeggeri possano interferire con i piloti ai comandi. All’inizio del viaggio, i passeggeri dovranno essere legati alle poltrone e poi avranno tre minuti per volare all’interno della navicella e osservare dagli oblò il panorama della Terra sotto di loro.

Credit: Virgin Galactic

Anche Bedini è attratto in prima persona dall’idea del turismo spaziale: “È sempre stata una delle mie passioni e fissazioni, fin da bambino. Sicuramente anche il primo allunaggio ha avuto un ruolo: ricordo le ore passate davanti alla televisione nell’attesa dell’evento; per la mia generazione ha significato tanto. E poi in quegli anni non c’era solo la corsa allo spazio, era rivoluzione in tutti i campi; la moda, il design, ecc. Il futuro veniva visto con un incredibile ottimismo. Oggi purtroppo non c’è la stessa spinta in avanti. Secondo me lo spazio potrebbe rappresentare uno spunto per ridare fiducia e ottimismo all’intera umanità, in un momento altrimenti abbastanza triste come oggi”.