Social media, in 70 Paesi (Italia inclusa) vengono organizzate campagne di manipolazione per condizionare l’opinione pubblica

Nonostante ci siano più piattaforme social che mai, Facebook rimane la scelta per la manipolazione dei social media: 56 Paesi hanno condotto campagne su questo social

I social media, un tempo annunciati come una forza per la libertà e la democrazia, sono finiti sempre più sotto analisi per il loro ruolo nell’amplificare la disinformazione, nell’incitare alla violenza e nel ridurre i livelli di fiducia nei media e nelle istituzioni democratiche”. Sono queste le conclusioni a cui sono giunti i ricercatori dell’Università di Oxford che, negli ultimi 3 anni, hanno monitorato l’organizzazione globale della manipolazione dei social media da parte di governi e partiti politici. Il loro rapporto 2019, dal titolo “The Global Disinformation Order”, ha analizzato le tendenze della propaganda computazionale e gli strumenti, le capacità, le strategie e le risorse che si stanno evolvendo. Tra i risultati che sono stati raggiunti, vi sono le prove di campagne organizzate di manipolazione dei social media in 70 Paesi (in aumento rispetto ai 48 del 2018 e ai 28 del 2017). In ciascun Paese, c’è almeno un partito politico o un’agenzia governativa che utilizza i social media per condizionare l’opinione pubblica a livello nazionale.

instagramI social media sono stati cooptati da molti regimi autoritari, continua il rapporto. In 26 Paesi, la propaganda computazione è stata utilizzata come strumento di controllo dell’informazione in 3 diversi modi: per sopprimere i diritti umani fondamentali, per screditare gli oppositori politici e per eliminare le opinioni dissenzienti. Inoltre, qualche sofisticato attore statale utilizza la propaganda computazionale per operazioni di influenza straniera. Facebook e Twitter hanno attribuito tali operazioni a 7 Paesi (Cina, India, Iran, Pakistan, Russia, Arabia Saudita e Venezuela), che hanno utilizzato queste piattaforme per influenzare il pubblico globale. Gli Stati Uniti sono considerati tra i Paesi con “alte capacità delle truppe cibernetiche“. L’Italia non è tra questi ma è nella lista degli stati dove i social media sono manipolati in modo organizzato.

La Cina, sottolinea il rapporto, è diventata uno dei principali attori nell’ordine globale di disinformazione. Fino alle proteste del 2019 ad Hong Kong, la maggior parte delle prove della propaganda computazionale cinese era avvenuta su piattaforme nazionali come Weibo, WeChat e QQ. Ma il nuovo interesse della Cina nell’utilizzo aggressivo di Facebook, Twitter e YouTube dovrebbe far sorgere preoccupazioni per le democrazie, avvisano i ricercatori. Inoltre, nonostante ci siano più piattaforme social che mai, Facebook rimane la scelta per la manipolazione dei social media. In 56 Paesi, l’Università di Oxford ha trovato le prove di campagne formalmente organizzate di propaganda computazionale su Facebook.

La propaganda computazionale è diventata una parte normale della sfera pubblica digitale. Queste tecniche continueranno anche ad evolversi, considerando che le nuove tecnologie, come l’intelligenza artificiale o la realtà virtuale, sono pronte a rimodellare radicalmente la società e la politica. Una forte democrazia richiede accesso ad informazioni di alta qualità e l’abilità per i cittadini di riunirsi per discutere, riflettere, identificarsi e fare concessioni. Le piattaforme dei social media stanno davvero creando uno spazio per la deliberazione pubblica e la democrazia? O stanno amplificando i contenuti che rendono i cittadini dipendenti, disinformati e arrabbiati?”, conclude il rapporto.