“Il Folletto e le Pulci”, dall’Asiatica al Coronavirus: testimonianza dell’ultima pandemia

Diario di bordo dall'influenza asiatica di 60 anni fa: una testimonianza diretta

MeteoWeb

Il folletto, rigorosamente rosso, dalla testa ai piedi, agilissimo, danzava nell’aria con un fare irridente e allegro, dopo diverse evoluzioni si buttava nella bocca del cratere di un Mongibello infuocato, sparendo dalla visuale. Lo spettacolo visionario si ripeteva e la ragazzina si divertiva, giocava a cucù con lo spiritello magico. Bello il folletto, sembrava giocasse a rimpiattino e lei commentava esprimendosi con frasi incomprensibili in una lingua sconosciuta. Forse  idioma di una vita precedente? Aveva 12 anni, era a letto insieme a sua sorella di due anni maggiore, con l’asiatica, la famosa febbre che tra il 1958 e il 1960 del cosiddetto secolo breve si era diffusa contagiando grandi e piccini.

Vero campo di battaglia la  grande e unica camera da letto della casa nelle alture del paese natio, S. Stefano in Aspromonte, alle falde del monte “sacro” celebrato nell’antichità come cerniera d’Europa. La “casetta delle fate”, come era stata battezzata nell’immaginario collettivo, era stata realizzata in tempi brevissimi come abitazione provvisoria, dal papà, con il proposito di costruire una bella villa successivamente. Ma poi un maledetto malore, forse non capito dal medico, portava via l’uomo di casa. Erano trascorsi ormai sei anni, nell’anno di grazia 1959, e la casetta era diventata, gioco forza, definitiva. Il balcone della grande camera da letto, che ospitava giorno e notte le due sorelle ivi costrette dal febbrone asiatico, si affacciava sullo Stretto con un panorama mozzafiato : a destra il mare con le case della dirimpettaia città di Messina, a sinistra l’Etna, con la sua intensa vita. La vista era parte indispensabile del quotidiano, per cui anche di notte, i vetri non si dovevano oscurare, per permettere di partecipare al respiro leggero dell’anima di quel luogo unico e meraviglioso.

L’asiatica, arriva, dunque, all’improvviso, colpisce in maniera violenta le due sorelle e risparmia la mamma, che cerca di alleviare il malessere delle fanciulle. Al tempo, unici mezzi di informazione sono radio e carta stampata che diffondono notizie scarne. In ogni caso non ci sono cure per debellare il virus, si danno solo consigli per l’alimentazione: pasta asciutta e bistecca arrosto. Mimì, diminutivo con il quale era chiamata la ragazzina, quando aveva la febbre alta, delirava e di solito non ricordava nulla; l’immagine del folletto che si tuffa nell’Etna, però, le rimarrà impresso nella mente per tutta la vita in maniera piacevole. Forse anche perché quella patologia ha avuto un decorso tutto sommato non aggressivo. Mentre le due ragazze sono vittime confinate a riposo, un giorno arrivano dalla città, AnnaMaria e Bruno, due cugini, la cui mamma, zia Teresa, aveva pensato di mandare dalla sorella in campagna per allontanarli dalla infezione che aveva colpito il fratello più piccolo. Prima di varcare la soglia hanno detto di avere già preso la malattia, secondo un piano che avevano preparato durante il viaggio, tenuto conto che preferivano trascorrere dei giorni in campagna dalla zia, alla luce del fatto che anche a casa loro c’era rischio di contagio. Avevano portato il gioco delle “pulci”, cioè “insetti alieni”, guarda un po’, un gioco da tavolo diffuso in quegli anni. Tutti e quattro i ragazzi, sul letto a giocare, dunque.

Così abbiamo vissuto e sconfitto l’infezione.

Mimì sono io che insieme a mia sorella ho vissuto quell’esperienza, in maniera tutto sommato, non traumatica.