Coronavirus, ecco perchè la Calabria non ha sbagliato a ripartire: il virologo Crisanti e Lucia Annunziata inchiodano il Governo, “ripartire da dove ci sono meno casi”

Continua il braccio di ferro tra Governo e Regione Calabria: ecco perché la regione del Sud Italia ha fatto bene a ripartire

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Continua il braccio di ferro tra Governo e Regione Calabria sulla fase 2 dell’emergenza coronavirus. Il 29 aprile infatti con un’ordinanza la presidente della Calabria Jole Santelli aveva autorizzato, dal giorno successivo, l’inizio della fase 2 permettendo l’apertura di bar e ristoranti all’aperto, il cibo da asporto, la possibilità di svolgere lavori agricoli e attività fisica anche al di là della propria abitazione.

La decisione era stata fortemente criticata dal Governo, il quale aveva intimato il ritiro pena l’impugnazione della stessa, che sembra essere avvenuta qualche minuto fa.

Sulla questione si è aperto un vero e proprio dibattito nazionale: c’è chi dice che non bisognava andare “contro il Governo” e bisognava attendere un’apertura centralizzata, e chi invece ribatte che bisogna eseguire delle aperture mirate e che è assurdo equiparare regioni come la Lombardia, che conta 77.002 casi totali, con regioni come la Calabria che dall’inizio dell’emergenza ha registrato solo 1.112 casi. 

lucia annunziataA favore della decisione della Santelli si è schierata anche Lucia Annunziata, nel corso della trasmissione “Mezz’ora in più”, in onda su Rai 3 e da ella condotta. La nota giornalista, nota per i suoi battibecchi con Silvio Berlusconi e che dunque non può certo definirsi di destra, si è schierata dalla parte del popolo meridionale: “Domani torneranno al lavoro 4.5 milioni di italiani. Tra questi però 2.8 milioni sono uomini, anche sessantenni e quindi perfetti bersagli del Coronavirus, che vivono al Nord. In pratica dal 4 maggio non tornerà al lavoro il Sud, dove il numero di contagi è nettamente inferiore, ma nemmeno le donne e i giovani. Il Meridione continua a restare bloccato, perché penalizzare questa parte di Italia?”, ha sottolineato la giornalista.

Non solo, ma anche il virologo Andrea Crisanti che si è occupato dello studio interazione di Vo’ Euganeo, in Veneto, ha espresso le proprie perplessità. La macchina si è messa in moto senza una valutazione del rischio. Questo è il vero problema. C’è stata una apertura a tentoni. Il Piemonte e la Lombardia sono diverse dalla Calabria e dalla Sardegna. Mi preoccupa che il Governo non ha nessun elemento a priori per calcolare il rischio e se” il motto è ‘vediamo che succede’ “sono preoccupato che non ci siano strumenti per analizzare e abbassare questo rischio”.

Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’Università-azienda ospedaliera di Padova, ospite di ‘Mezz’ora in più’ su RaiTre, ha spiegato: “Io avrei cercato di capire quanti sono i casi Regione per Regione – ha aggiunto – facendo emergere l’iceberg dei casi sommersi, ovvero le persone che non riescono ad avere una diagnosi e che rimangono a casa. Il rischio dipende da come sono distribuiti questi casi sul territorio”. Crisanti ha rivolto a stretto giro a Gianni Rezza, direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, anch’egli ospite di ‘Mezz’ora in più’, proprio la richiesta di far emergere i casi sommersi di Covid-19, per una migliore programmazione della fase 2.

Sono dell’opinione che una riapertura differenziale fatta per regioni ci avrebbe dato la possibilità di valutare la nostra capacità di reazione, che non è stata minimamente testata. Non sappiamo se siamo in grado di spegnere un nuovo focolaio. Che facciamo, lo spegniamo con il solito metodo, cioè mettiamo le persone a casa? Perché chiudere tutto è facilissimo, ma fare operazioni mirate è una altra cosa. Non c’è storia, il rischio è una variabile che dipende dal numero dei casi e come sono distribuiti, la capacità di reazione può essere anche differente da Regione a Regione ma la variabile più importante – aggiunge Crisanti – è che ci siano i casi. Se non ci fossero, non ci sarebbe il rischio per nessuno. E’ evidente che questo è il fattore più importante e su questo non abbiamo una totale visibilità. Aggiungo che questa riapertura totale dà una senso di insicurezza, gli effetti li vedremo tra 2-3 settimane. La nostra capacità di reazione finora non è stata minimamente testata, per questo – ribadisce – era meglio aprire per regione per regione”.

Sulla questione è intervenuto anche il direttore dell’istituto Superiore di Sanità, Gianni Rezza. “E’ vero che non conosciamo tutti i casi sommersi. Su questo non c’è dubbio e possiamo solo fare stime con i modelli matematici. Per questo però è stato pianificato uno studio di sieroprevalenza nazionale, per capire quante sono le persone che si sono infettate fino ad oggi. Quindi valutare il rapporto tra persone sintomatiche e persone infette. Stimiamo che il nostro sistema di sorveglianza sia in grado di catturare il 5-10% del totale delle infezioni, ma è chiaro che in alcune regione e aree del Paese il problema è molto maggiore”, ha affermato Rezza. “Siamo molto preoccupati – ha evidenziato Rezza – io ho tenuto la stessa linea e continuerò a tenerla. Questo è un virus che proseguirà a circolare nella popolazione finché non avremo il vaccino. Per cui dovremmo stare sempre molto cauti. Cerchiamo di evitare contraddizioni tanto per farlo – risponde al tentativo di creare polemiche con i colleghi – ma collaboriamo per capire come fare a ridurre la velocità di circolazione di questo virus. E su questo sono completamente d’accordo con Crisanti, dobbiamo essere pronti e capaci di reagire sul territorio”.