2° rinvio del lancio Vega, il ruolo cruciale del meteo nelle tragedie del passato: “2 fulmini sull’Apollo 12, ghiaccio dietro alla tragedia del Challenger”

"Rinviare un lancio spaziale per condizioni meteorologiche avverse ormai è una metodica" visto cosa è successo in anni passati

Se siamo al secondo rinvio del lancio Vega VV16 per venti forti in alta quota, “non è un problema esclusivo di questo volo” perché “le condizioni meteorologiche sono da sempre cruciali e dettano legge nei lanci spaziali“. Lo spiega in un’intervista all’Adnkronos a cura di Andreana d’Aquino l’esperto Paolo D’Angelo, storico dello spazio che ricorda come “negli anni ’50-’60 per lanciare razzi in orbita le giornate dovevano essere sempre bellissime e la visibilità perfetta perché le operazioni di volo si seguivano ‘a occhio nudo'”. Questo di adesso, sottolinea, “non è il primo rinvio di un volo del Vega, già nel 2013 il secondo lancio del vettore fu fermato sempre a causa di venti forti in quota sulla base spaziale europea di Kourou, nella Guiana francese“. Le condizioni meteorologiche, sottolinea ancora Paolo D’Angelo, “sono una delle condizioni chiave che possono fermare un lancio spaziale insieme a possibili problemi ai sistemi di bordo o a tecnologie in avaria“.

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Copyright ESA – J. Huart

I venti in quota sono pericolosi in un lancio spaziale perché a 20-40 chilometri di altezza il razzo diventa più esposto alla spinta dei venti che ne fanno perdere il controllo. Nessuno vuole mettere a rischio la buona riuscita della missione e perdere il carico utile che, oltretutto, in un volo come il VV16 del Vega, è particolarmente prezioso“. D’Angelo evidenzia che “nei lanci spaziali con uomini a bordo le condizioni meteo sono naturalmente ancora più incisive perché deve essere buono il meteo anche dell’ipotetico luogo identificato come ‘atterraggio di emergenza'”. “Per voli senza uomini a bordo -continua lo storico dello spazio e giornalista- non è previsto invece un sistema di salvataggio e ciò significa che, se si lanciasse con forti venti in quota ed il vettore dovesse cambiare traiettoria, si dovrebbe fare esplodere il razzo”. “Con sistemi più complessi come era lo Shuttle -continua Paolo D’Angelo- i lanci spaziali non potevano essere rinviati più di tanto, si doveva scaricare l’idrogeno liquido e l’ossigeno liquido: il terzo rinvio costringeva a scaricare il propellente, mentre con il Vega – che è un razzo a propellente solido – non si compie questo passaggio anche se va messo comunque in sicurezza il razzo e di suoi satelliti”. “Se si tratta di un rinvio di 48 o anche di 72 ore, non ci sono eccessivi problemi e un rinvio salva il carico utile. E questa missione VV16 di Vega -ricorda l’esperto- ha un carico molto prezioso: 53 satelliti di 21 clienti diversi di ben 13 Paesi. Inoltre qualunque lancio spaziale ha un costo elevatissimo e, nell’ottica della space economy, perdere il carico utile significa perdere clienti, quindi si preferisce fermare prima il lancio, non rischiare di perdere affidabilità, immagine e molti soldi“.

Rinviare un lancio spaziale per condizioni meteorologiche avverse ormai è una metodica” visto cosa è successo in anni passati “quando, ad esempio, fu fatta partire la missione Apollo 12, il 14 novembre 1969, con un temporale. Ben due fulmini colpirono la navicella mettendo a rischio la vita degli astronauti e la seconda missione della Nasa atterrata sulla Luna. Due fulmini, uno dopo l’altro, colpirono l’Apollo 12 mandando in tilt il sistema di bordo. Fortunatamente gli astronauti riuscirono a fare un backup e tutto andò bene” sottolinea D’Angelo.

Invece, prosegue l’esperto, “il ghiaccio fu la causa della tragedia del Challenger“. Il disastro dello Space Shuttle Challeger, il 28 gennaio 1986, “fu infatti provocato perché si erano ghiacciate le guarnizioni di gomma dei buster laterali: una delle guarnizioni -ricorda ancora D’Angelo’- si era bucata per il gelo facendo fuoriuscire il propellente che provocò la tremenda esplosione in cui perse la vita l’intero equipaggio della missione“, composto da Michael John Smith, Dick Scobee e Ronald McNair, Ellison Onizuka, Gregory Jarvis, Judith Resnik e la giovane maestra Christa McAuliffe. “I russi hanno l’ardire di lanciare anche sotto tempeste di neve, mentre Usa ed Europa no perché lanciano molto vicino all’equatore e quindi hanno cambiamenti climatici e meteorologici abbastanza repentini”, racconta D’Angelo.