Il lockdown ci ha cambiati: ecco cos’è la ‘Sindrome della capanna’ e perché potrebbe interessare un milione di italiani

Angoscia, paura, tristezza, letargia, difficoltà ad alzarsi al mattino, irritabilità, scarsa memoria, disorientamento: ecco cosa ci ha lasciato il lockdown

La tanto attesa fine del lockdown in Italia è ormai una realtà da più di un mese. Ma come stanno reagendo gli italiani? In linea di massima possiamo dire che ci troviamo davanti a due “schieramenti”: chi ha ripreso la normale routine, comportandosi come se nulla fosse successo; e chi invece sperimenta difficoltà nel ritornare ad uscire e a riprendere le abitudini di vita pre-covid, manifestando paura, ansia e preoccupazione al solo pensiero. Secondo la Società Italiana di Psichiatria sono circa 1 milione gli italiani che provano questi sentimenti e potrebbero sviluppare la “Sindrome della capanna”. Ma a cosa è dovuto tutto ciò?

Si parla di “sindrome del prigioniero” o “sindrome della capanna”, in inglese “cabin fever”, perché il fenomeno è stato osservato per la prima volta nel 1900 sui cercatori d’oro, i quali erano costretti a trascorrere lunghi periodi di tempo in una capanna, e una volta conclusa la loro missione manifestavano disagio, difficoltà nel reinserimento sociale , ansia e diffidenza.

E’ un po’ quello che è successo a tutti noi durante questo lungo lockdown; situazione nuova e inaspettata, che ci ha colti impreparati e per far fronte alla quale abbiamo dovuto fare ricorso a tutte le nostre risorse interiori. Abbiamo impiegato del tempo per adattarci a tale condizione di isolamento imposta, e chi è riuscito a crearsi una routine funzionale e ha vissuto la propria abitazione come un nido sicuro, adesso faticherà a lasciarsi andare.

Ciò è dovuto principalmente alla paura di contrarre il virus in prima persona, o di trasmetterlo alle persone care; alla sensazione di incertezza e angoscia per il futuro; alle preoccupazioni finanziarie. Inoltre, l’obbligo della mascherina e di tutti gli altri accorgimenti tutt’ora presenti, possono in qualche modo scoraggiare nella ripresa delle normali attività.

Paura fobiaI sintomi principalmente riscontrati sono:

  • angoscia, paura, tristezza;
  • letargia, difficoltà ad alzarsi al mattino, necessità di riposare spesso;
  • irritabilità;
  • demotivazione;
  • scarsa memoria.

A tutti questi sintomi si aggiunge una sensazione di disorientamento all’idea di riprendere i contatti con l’esterno; tuttavia non si tratta di una vera e propria patologia, bensì di una particolare condizione dovuta al lungo isolamento vissuto.

Quali strategie possiamo mettere in atto per superare la paura di uscire?

  • Innanzitutto è bene non mettersi fretta, rispettare i propri tempi;
  • iniziare gradualmente, uscendo per poco tempo e tragitti brevi;
  • farsi accompagnare del partner o da un amico;
  • visitare luoghi conosciuti e familiari;
  • uscire per fare qualcosa di gratificante e premiarsi acquistando qualcosa di particolarmente desiderato.

Un team di ricercatori dell’Università Bicocca di Milano e del Surrey, ha avviato un ampio programma di ricerca chiamato LUNARK, con l’obiettivo di migliorare il benessere psicologico degli astronauti, ma utile anche per analizzare gli effetti di un isolamento sociale prolungato in ambiente difficile, come quello che abbiamo affrontato durante questo lungo lockdown e capire quali strategie di coping l’uomo è in grado di attuare. In particolare due astronauti verranno fatti vivere per 91 giorni in un Pod autosufficiente, appositamente costruito, in una zona della Groenlandia settentrionale. Dovranno compilare quotidianamente un diario, contenente domande guidate, che consentirà ai ricercatori di monitorate le loro attività quotidiane, le loro interazioni, le percezioni del tempo, le loro emozioni, i livelli di soddisfazione dei bisogni psicologici di base, le tendenze aggressive, ecc.

Per quanto riguarda invece la letteratura scientifica e i dati di cui già disponiamo, qualche mese fa è stata pubblicata su “The Lancet” una rewiev , che confrontava i risultati di 24 studi, condotti in 10 nazioni, per valutare gli effetti psicologici delle persone sottoposte a quarantena come misura di prevenzione durante le varie epidemie, come la SARS, l’Ebola, l’influenza H1N1, la MERS e l’influenza equina.

Tutti gli studi hanno rilevato la presenza di sintomi di disagio psicologico, come disturbi emotivi, umore depresso, insonnia, irritabilità, sintomi post-truamatici da stress, rabbia, esaurimento emotivo nelle persone sottoposte a quarantena.

In modo specifico, due studi hanno riscontrato effetti a lungo termine della quarantena sugli operatori sanitari. Addirittura tre anni dopo l’ epidemia di SARS, l’ abuso di alcol o sintomi di dipendenza da sostanze sono stati associati positivamente con la quarantena e l’aver lavorato in luogo ad alto rischio. In linea generale è stato riscontrato un cambiamento comportamentale a lungo termine, caratterizzato dalla messa in atto di condotte di evitamento nei confronti di persone che tossivano o starnutivano, di luoghi chiusi o affollati e il lavaggio vigile delle mani. Un altro importante fattore rilevato è stato il fenomeno della stigmatizzazione nei confronti degli operatori sanitari messi in quarantena, che ha reso loro più difficile riprendere la vita normale. Tuttavia, il fatto di soffrire precedentemente di malattie psichiatriche, è stato dimostrato essere il principale fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi psicologici in seguito alla quarantena. Un altro fattore determinante è la durata; infatti è stato dimostrato che, coloro i quali venivano sottoposti a quarantena obbligatoria per più di dieci giorni, sviluppavano sintomi da stress post-traumatico in misura maggiore rispetto a coloro che erano stati in quarantena per meno di dieci giorni.

I risultati di un altro studio, volto a confrontare i sintomi da stress post-traumatico in genitori e figli messi in quarantena, con altri non sottoposti alla stessa misura, hanno dimostrato che i sintomi erano quattro volte più elevati nel primo gruppo.
In special modo gli adolescenti hanno molto sofferto a causa del lungo lockdown e stanno manifestando tutt’ora vissuti di ansia e irritabilità all’idea di uscire di casa. Il confronto con gli altri, già nodo cruciale di tale stadio evolutivo, è divenuto ancor più problematico dopo questo lungo periodo di ritiro, per chi già precedentemente manifestava delle vulnerabilità in tal senso. In modo particolare coloro che soffrono di bassa autostima e mancanza di fiducia in sé stessi, e nelle cui famiglie è presente un vissuto di incertezza, sperimentano un senso di inadeguatezza e potrebbero manifestare panico, vergogna o fobia sociale solo all’idea di uscire di casa e riprendere la vita normale.

Tutti coloro che in questi mesi trascorsi in casa si sono sentiti al sicuro, esonerati dal confronto con gli altri, adesso temono la delusione che può derivare dall’investimento nella relazione.

Ma purtroppo c’è anche il rovescio della medaglia: dove già erano presenti situazioni familiari poco serene o addirittura conflittuali, tra coniugi o nella relazione genitori-figli, la condizione di isolamento ha aggravato il quadro, portando ad un escalation di conflittualità che negli ultimi mesi ha fatto registrare un incremento delle violenze domestiche.
Alla luce di ciò vanno fatte delle considerazioni importanti: la quarantena è necessaria per salvaguardare la salute della popolazione; ma non bisogna dimenticare che quando si parla di salute, si deve considerare l’ individuo in ottica biopsicosociale, facendo cioè riferimento anche alla salute psicologica. Occorre, dunque provvedere a fornire sostegno e supporto psicologico alla popolazione, per accompagnarla nella ripresa. In modo particolare bisogna destinare più risorse alle categorie a rischio e alle fasce più vulnerabili della società, come gli anziani e i bambini, che purtroppo in questa fase di lockdown sono stati quasi dimenticati.
Dott.ssa Caterina Imerti, Psicologa