“In data 27.8.2020 si è concluso un ulteriore ciclo di prelievi ed accertamenti sulla autovettura Opel Corsa in uso a Parisi Viviana al momento dello svolgimento dei fatti. Gli accertamenti genetici effettuati sui tamponi prelevati all’interno del mezzo e sul parabrezza hanno finora fornito esito negativo, anche per quanto riguarda la presenza di eventuali tracce di sangue”. Lo precisa la Procura di Patti in un comunicato stampa.
“Il lavoro del collegio di consulenti incaricati degli esami autoptici, genetici e morfologici, nominato in data 25.8.2020, è tuttora in corso ed è nelle sue fasi iniziali; tale compito, come è facilmente intuibile, si preannuncia lungo, complesso e, per forza di cose, articolato in numerose sessioni. Contrariamente a quanto riportato da alcuni organi di stampa nei giorni scorsi, pertanto, non è ancora possibile formulare, allo stato, alcuna seria ipotesi sulle cause di morte del piccolo Gioele. Come già detto in precedenza, questo ufficio prosegue tuttora le indagini in ogni direzione, senza tralasciare alcuna ipotesi”, conclude il comunicato stampa.
Criminologo Bruno: “L’incidente è stato la chiave che ha fatto esplodere la situazione”
“L’idea che mi sono fatto io è che si tratta di una situazione patologica mentale che non è stata adeguatamente diagnosticata, ed è un problema che riguarda sia i medici di quella zona sia un po’ la generica sottovalutazione dei rischi della malattia mentale, per cui a una donna che manifesta una situazione di questo genere viene attribuito stato depressivo semplice, come se non fosse parte di una malattia”. Così il criminologo Francesco Bruno spiega all’Adnkronos il suo punto di vista sulla tragedia di Caronia e sulla morte di Viviana Parisi e del figlio Gioele. “Purtroppo noi psichiatri ‘anziani’ sappiamo che questi stati depressivi che si manifestano in giovani come era questa donna sono dei sintomi di una psicosi, di una malattia grave, che può essere qualche volta la depressione ma che molto più spesso è l’inizio di una schizofrenia – continua – che si manifesta con dei deliri, delle interpretazioni false della realtà. In questo caso il delirio era persecutorio, la paura che sarebbe successo qualcosa di terribile e inevitabile che ha portato questa donna probabilmente a fuggire da casa appena ne ha avuto la possibilità, portandosi dietro il bambino al quale era naturalmente affezionata”.
“Il delirio, purtroppo, non riguarda solo la persona ma anche i familiari – aggiunge Bruno – La donna aveva paura di ciò che sarebbe potuto capitare a lei e soprattutto al bambino. E’ scappata, cercava di sottrarsi a questa angoscia terribile quando a un certo punto, entrando nella galleria, ha avuto un incidente. Quell’incidente deve esser stato la chiave che ha fatto esplodere la situazione. Dopo quello lei è fuggita a piedi, perché evidentemente ha avuto con l’incidente la conferma che qualcosa di terribile sarebbe successo. Deve aver avuto, a un certo momento, la certezza che sarebbe stata catturata in qualche modo da qualche persecutore terribile e per evitare danni a se stessa e al bambino, probabilmente ha ucciso il bambino buttandosi poi dal traliccio. Questi suicidi allargati sono molto frequenti in psichiatria, il classico caso della madre che si butta dalla finestra con il bambino in braccio”.
