Il terremoto nel Centro Italia e la ricostruzione che non può partire: viviamo in una nazione che ha fallito, in tutto

Il terremoto ha scoperto un nervo dolente dell'Italia, quello della sicurezza idrogeologica, ma anche quello della burocrazia dannosa, palla al piede di uno Stato che non fa altro che procedere per inerzia

Tra il 24 agosto 2016 e il gennaio 2017 il Centro Italia è stato involontario protagonista, o vittima, di una serie di terremoti che hanno distrutto interi centri abitati, trasformando piccoli perle collinari in città fantasma. Un dramma immenso. Chi è sopravvissuto, oltre a piangere i propri morti, sta convivendo con le macerie, con la ricostruzione che non parte. Ma c’è chi, molti a dire il vero, non ce la fa a convivere con due milioni e mezzo di tonnellate di macerie da rimuovere. Perché sono tante, e ben poco è stato rimosso.

“Se non si rimuovono le macerie non parte la ricostruzione – racconta su RaiTre a PresaDiretta, uno dei tanti sindaci alle prese da anni con la burocrazia -. Ci potrebbero volere 30/40 anni per ricostruire“. E la gente, immancabilmente, se ne va. Non c’è più futuro, dice qualcuno. Ma la rabbia, la sensazione di impotenza, crescono quando ci si scontra con la realtà: “Non abbiamo problemi di soldi – racconta un altro sindaco a RaiTre –, ma di norme, di procedure e di burocrazia. A tre anni dal terremoto la viabilità verso le Marche è ancora chiusa. Non si può gestire una fase emergenziale come questa con norme ordinarie. Io ho 77 milioni di euro finanziati, ma ancora non ho potuto fare nulla a causa della burocrazia”.

castelluccio di norcia demolizioniCastelluccio di Norcia, per esempio, era una perla incastonata nelle colline, ma ad oggi la ricostruzione è ancora un miraggio, sebbene sia uno dei comuni in cui la rimozione della macerie è a buon punto. Uno dei più grandi problemi è sicuramente quello della viabilità, delle strade, dei viadotti e delle gallerie danneggiate dal terremoto. Ma perché è tutto bloccato? Semplice quanto drammatico: i lavori per il ripristino della viabilità sono fermi perché le ditte che avevano vinto le gare sono fallite, il contenzioso blocca tutto e con le leggi ordinarie ci vorranno anni per poter indire nuovi bando.

Nicola Alemanno, sindaco di Norcia, lo spiega in maniera lapidaria quanto tragicamente realistica: “Siamo in un’emergenza gestita da un commissario straordinario con poteri ordinari”. Ma non solo: ad oggi non esiste un testo unico per la gestione delle emergenza e per la gestione della ricostruzione.

Insomma, per chi non lo avesse capito c’è tutta una parte d’Italia esanime, morta, senza vita, senza futuro. Ci sono i fondi per far fronte alla ricostruzione, ma non si può: la pesante e atavica burocrazia italiana blocca tutto. Assurdo quanto concreto e i sindaci dei comuni colpiti dal terremoto stanno lottando con un groviglio di procedure ormai da anni. Viviamo in una nazione che ha fallito, lasciando morire un’intero territorio, quando basterebbe mettere in campo poteri e procedure straordinarie, per gestire un’emergenza che ancora oggi, dopo quattro anni, di ordinario non ha nulla, come aveva spiegato un anno fa ai microfoni di MeteoWeb l’ex sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi: “Sono i giorni del dolore e della rabbia”: intervista a Sergio Pirozzi a tre anni dal terremoto di Amatrice.

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Ma non solo: l’attivazione di tutti i cantieri che servono si tradurrebbe in posti di lavoro e in rinascita di un territorio giunto allo stremo delle proprie forze. Perché in questo momento, ad occuparsi di pratiche e ricostruzione, sono per lo più precari che alla prima occasione vanno via, verso lidi più sicuri e solidi. E’ necessario, dunque, non solo ricostruire edifici, ma anche la pubblica amministrazione, massacrata da anni di tagli e da un groviglio di regole dettato da un solo motivo: mancanza di fiducia dovuta al dilagare delle incompetenze. Il terremoto, dunque, non solo ha scoperto un nervo dolente dell’Italia, quello della sicurezza idrogeologica, ma anche quello della disorganizzazione e della burocrazia dannosa, che è diventata la palla al piede di uno Stato che non fa altro che procedere per inerzia, senza obiettivi e senza volontà.