In Sicilia aumentano i casi di tumore al polmone nelle donne: attivati corsi sicuri per garantire le cure durante la pandemia

Nell’isola le diagnosi sono aumentate nella popolazione femminile da 750 nel 2017 a 950 nel 2019. Francesco Verderame, Direttore Oncologia Medica Azienda Ospedaliera Villa Sofia - Cervello di Palermo: “Le persone in trattamento attivo hanno continuato a venire nei centri. Eseguite le visite di controllo con la telemedicina”

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In due anni, in Sicilia, i nuovi casi di tumore del polmone sono aumentati dell’8%. Erano 2.800 nel 2017, ne sono stati stimati 3.050 nel 2019. E l’incremento maggiore, pari al 26%, si è registrato nelle donne (da 750 diagnosi nel 2017 a 950 nel 2019). Un fenomeno dovuto in particolare all’abitudine al fumo di sigaretta, sempre più diffusa nella popolazione femminile. “Al fumo è attribuibile fino al 90% dei carcinomi polmonari – afferma Francesco Verderame, Direttore Unità Operativa Complessa di Oncologia Medica Azienda Ospedaliera Villa Sofia – Cervello di Palermo -. La Sicilia è la terza regione in Italia per numero di tabagisti, dopo Umbria e Lazio. Nell’isola, infatti, il 27,4% dei cittadini fuma. Servono campagne di sensibilizzazione mirate soprattutto ai più giovani, per far comprendere i danni del tabacco”. A Palermo, ogni anno, si stimano circa 700 nuove diagnosi di tumore del polmone (524 uomini e 175 donne). “Agli Ospedali Riuniti Villa Sofia – Cervello di Palermo, il più grande nosocomio della città, la pandemia non ha interrotto la continuità di cura dei cittadini colpiti da cancro del polmone, grazie a percorsi sicuri e strutturati, che garantiscono la separazione dalle aree Covid – continua il dott. Verderame -. Ogni anno, agli Ospedali Riuniti Villa Sofia – Cervello, trattiamo circa 140 pazienti con questa neoplasia. Durante la pandemia, non vi è stata alcuna flessione dell’attività di assistenza. I pazienti in trattamento attivo hanno continuato a recarsi in ospedale. Va inoltre considerato che la Sicilia è una Regione caratterizzata da una forte migrazione sanitaria, fermata in questi mesi proprio dal virus. Abbiamo avvertito la preoccupazione per il contagio soprattutto da parte di coloro che erano chiamati a eseguire il follow up, cioè i controlli, in molti casi effettuati in telemedicina, proprio per diminuire gli accessi in ospedale. Stiamo però notando un allungamento dei tempi necessari per la diagnosi, ad esempio per eseguire la TAC, anche per le difficoltà logistiche dovute alla pandemia per non esporre i pazienti al rischio di contagio. Questi ritardi rischiano di tradursi in diagnosi più avanzate, con prognosi peggiori. Solo la neoplasia polmonare in stadio iniziale è candidata alla chirurgia, pertanto l’individuazione tempestiva della malattia è essenziale per migliorare le possibilità di sopravvivenza”.

La radioterapia è una componente decisiva nella cura dei tumori: si stima che oltre il 50% dei pazienti affetti da cancro abbia necessità di trattamento radiante o per l’eradicazione locale di malattia o per migliorare la qualità di vita attraverso il controllo di sintomi – spiega Ivan Fazio, responsabile Unità Operativa di Radioterapia Casa di Cura Macchiarella di Palermo –. Oggi vi sono strumenti che consentono l’accurata somministrazione di dose al target tumorale, preservando i tessuti sani circostanti. L’utilizzo di questi sistemi consente di monitorare con estrema precisione la lesione ad ogni seduta e di minimizzare l’irradiazione dei tessuti sani, con benefici sia nel breve periodo che a lungo termine. Il percorso terapeutico della persona con carcinoma polmonare deve essere sempre coordinato da un gruppo multidisciplinare di esperti composto da oncologo medico, chirurgo e radioterapista per la corretta identificazione e gestione dei pazienti e per valutare, caso per caso, il miglior approccio terapeutico”.

L’85% dei casi di tumore del polmone riguarda la forma non a piccole cellule, la più frequente. Un terzo di questi pazienti riceve una diagnosi di malattia in stadio III: circa 850 casi in Sicilia ogni anno. “Oggi, grazie all’immuno-oncologia, il tumore del polmone fa meno paura e questa arma innovativa, in alcuni particolari stadi della malattia come lo stadio III non operabile, può aumentare la percentuale di pazienti liberi da malattia – conclude il dott. Verderame -. I trattamenti immuno-oncologici, come durvalumab, sono utilizzati dopo il trattamento standard con la chemio-radioterapia, riducendo le recidive e aumentando il numero di pazienti in cui la neoplasia non ricompare o non avanza. Durvalumab è la prima immunoterapia a dimostrare un beneficio significativo di sopravvivenza globale in questo stadio. In passato solo il 15-30% dei pazienti con tumore polmonare localmente avanzato e non candidabile a chirurgia sopravviveva a cinque anni e nella maggior parte di questi la malattia progrediva allo stadio metastatico. L’aggiornamento dei dati dello studio internazionale PACIFIC, presentati lo scorso settembre al Congresso della Società europea di Oncologia Medica (ESMO), dimostra che il circa il 50% dei pazienti con carcinoma polmonare non a piccole cellule in stadio III non resecabile trattati con durvalumab è ancora vivo a quattro anni e il 35% non è andato incontro a progressione, confermando la possibilità di perseguire un intento curativo in questa fase della malattia”.