“Palese è al momento della richiesta di convalida del fermo e di applicazione della misura cautelare la totale mancanza di indizi a carico di Nerini e Perocchio che non siano mere, anche suggestive supposizioni“. E’ quanto scrive il gip di Verbania Donatella Banci Buonamici nell’ordinanza con cui ieri ha rimesso in libertà il gestore della funivia del Mottarone e il direttore di esercizio e ha mandato ai domiciliari Gabriele Tadini, caposervizio, fermati mercoledì per l’incidente che ha causato 14 morti e il ferimento di un bimbo di 5 anni. Il gip parla di “scarno quadro indiziario” ancora “più indebolito” con gli interrogatori di ieri. Tadini, invece, che ha ammesso di aver piazzato i forchettoni per disattivare i freni e ha sostenuto che Nerini e Perocchio avevano avallato la scelta, sapeva bene che “il suo gesto scellerato aveva provocato la morte di 14 persone“. “Sapeva che sarebbe stato chiamato a rispondere, anche e soprattutto in termini civili del disastro causato in termini di perdita di vite umane. Allora perché non condividere questo immane peso, anche economico, con le uniche due persone che avrebbero avuto la possibilità di sostenere un risarcimento danni?”. Per questo ha chiamato “in correità” i “soggetti forti del gruppo“, per attenuare le sue “responsabilità”, scrive ancora il Gip.

L’ordinanza firmata dal giudice, dunque, non ritiene convincente la motivazione economica fornita da Tadini contro Nerini e Perocchio. Quest’ultimo è dipendente della Leitner, percepisce 127 mila euro l’anno per la manutenzione dell’impianto del Mottarone, “perché avrebbe dovuto rifiutare di intervenire per la manutenzione? La Leitner aveva tutto da perdere dal malfunzionamento della funivia” e Perocchio da perdere in termini di “professionalità e manutenzione”. Per il giudice – che non convalidato il fermo di Nerini e Perocchio e ha deciso i domiciliari per Tadini – non è ipotizzabile che per non fare un intervento di manutenzione, il terzo era già in programma se non ci fosse stata la tragedia, la Leitner abbia corso un rischio così grande. Anche ipotizzare che il gestore Nerini abbia fatto pressione a Tadini per lasciare l’impianto aperto e non perdere gli incassi appare “non convincente”, visto che il mese di maggio è bassa stagione e “sarebbe stato sicuramente questo il momento per sospendere qualche giorno il servizio per provvedere alla manutenzione e risolvere definitamente il problema”, conclude il giudice.
La testimonianza: “Tadini ordinava il blocco dei freni, diceva: ‘la fune non si spezza'”
“L’installazione di questi ceppi è avvenuta già dall’inizio della stagione di quest’anno, esattamente il 26 aprile. Vi era infatti un problema all’impianto frenante della cabina numero 3, per cui era stato richiesto l’intervento di una ditta specializzata, che però non aveva risolto il problema”, dice a verbale uno degli operai della funivia a lavoro la mattina del disastro. “Tadini ha ordinato di far funzionare l’impianto con i ceppi inseriti anche se non erano garantite le condizioni di sicurezza necessarie (…). La cabina numero 3 era solita circolare con i ceppi inseriti già da parecchio tempo, per evitare l’inserimento del freno d’emergenza durante la corsa e impedire così il funzionamento dell’intero impianto“, sono le rivelazioni confermate, in sostanza, da altri quattro operai sentiti dai carabinieri che indagano sulle cause dell’incidente. Il problema del calo di pressione al sistema frenante era noto a tutti ed erano già stati eseguiti degli interventi. Un dipendente, si legge nel verbale, chiese a Tadini se non è rischioso lasciare inseriti i forchettoni che impediscono di frenare in caso di emergenza, e l’indagato rispose: “‘Prima che si rompa una traente o una testa fusa ce ne vuole’. Ricordo bene queste parole, a queste parole non ho replicato anche perché è lui il mio responsabile“. Aggiunge che in passato fece riferimento direttamente al gestore di un problema, ma “Luigi Nerini ascoltava solo quello che gli diceva Gabriele Tadini“.