In Africa torna l’incubo febbre emorragica: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha reso noto che il Ministro della Salute della Guinea ha informato l’agenzia ONU il 6 agosto della presenza sul suo territorio del primo caso confermato di malattia da virus di Marburg, nella prefettura di Guéckédou, regione di Nzérékoré, Guinea sudoccidentale. Questo, ha precisato l’OMS, “è il primo caso noto di malattia da virus di Marburg in Guinea e nell’Africa occidentale“.
L’uomo aveva sintomi come febbre, mal di testa, affaticamento, dolore addominale ed emorragia gengivale: ha ricevuto cure di supporto con reidratazione, antibiotici per via parenterale e un trattamento per gestire i sintomi, ma non ce l’ha fatta. Il paziente è morto il 2 agosto e la struttura sanitaria pubblica locale ha diramato un’allerta al dipartimento della salute della prefettura di Guéckédou.
Dal campione prelevato post mortem e inviato al laboratorio specializzato della zona il 3 agosto è arrivato il verdetto di positività per la malattia da virus di Marburg, ed esito negativo per Ebola. Esito confermato il 5 agosto dal National Reference Laboratory di Conakry e il 9 agosto dall’Institut Pasteur Dakar in Senegal.
Il Ministero della Salute insieme all’OMS, ai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie, e altri enti, hanno avviato misure per controllare l’epidemia e prevenire un’ulteriore diffusione.
La ricerca dei contatti è in corso, insieme alla ricerca attiva dei casi nelle strutture sanitarie e a livello di comunità. Tre membri della famiglia e un operatore sanitario sono stati identificati come stretti contatti ad alto rischio e la loro salute è sotto monitoraggio.
La Guinea aveva dichiarato conclusa il 19 giugno 2021 un’epidemia da virus Ebola. La rete di operatori sanitari che era stata schierata contro Ebola è ora in campo per supportare le attività di risposta a questa nuova minaccia sanitaria.
Dalla scoperta del primo caso di Marburg ad oggi sono stati individuati in totale 146 contatti e continua la ricerca attiva dei casi sospetti nella comunità e nelle strutture sanitarie.
La febbre emorragica di Marburg “è una malattia virale causata da un virus indigeno dell’Africa, molto simile a quello dell’Ebola, appartenente alla famiglia delle Filoviridae. In entrambi i casi si tratta di agenti patogeni estremamente aggressivi che danno luogo a una malattia dalle conseguenze drammatiche e con un alto tasso di fatalità. Se da un punto di vista virologico Marburg e Ebola sono distinti, molto più complesso è operare una distinzione dal punto di vista clinico, perché i sintomi e il decorso della malattia sono molto simili,” si legge su EpiCentro, sito di epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità. La malattia si manifesta “in modo improvviso e rapido con forte mal di testa, dolori muscolari e un acuto stato di malessere. Il primo giorno compare una febbre alta e il malato va incontro a una rapida debilitazione. Verso il terzo giorno compaiono dolori addominali e crampi, diarrea acquosa che può durare anche per una settimana, nausea e vomito. In molti casi, tra il quinto e il settimo giorno, il malato ha delle emorragie da diverse parti del corpo, che spesso portano a morte. In tutto questo periodo il paziente mantiene una elevata temperatura, il virus attacca anche gli organi interni e il sistema nervoso causando stato di confusione, irritabilità, aggressività, perdita di peso, stati di delirio, shock, insufficienza epatica. Nei casi fatali, la morte sopraggiunge nell’arco di 8-9 giorni.
Il virus colpisce persone di tutte le età, anche se la maggior parte dei casi è stata registrata sugli adulti (nel corso dell’epidemia del Congo, i bambini sotto i 5 anni di età rappresentavano il 12%).
Il contagio avviene per trasmissione diretta del virus da persona a persona, per contatto con i fluidi corporali, il sangue, l’urina, il vomito ma anche le secrezioni respiratorie. Non sembra invece essere molto efficace la trasmissione via aerosol”.
Secondo l’OMS, “le ricerche effettuate finora hanno escluso che gli esseri umani siano parte del ciclo naturale del virus, e quindi il contagio avverrebbe per contatto casuale con altri animali infetti. Tuttavia, gli studi svolti fino ad oggi non hanno permesso di identificare quale animale sia serbatoio naturale della malattia, nonostante siano stati analizzati più di 3000 vertebrati e oltre 30mila artropodi. E questo rende molto più difficile l’attuazione di misure preventive”.
