Che il sistema Green pass presenti delle incongruenze non è un segreto, anzi: anche chi si è sempre dichiarato a favore del lasciapassare verde evidenzia, ormai sempre di più, le contraddizioni più frequenti di un metodo il quale, invece che frenare i contagi, rischia a volte di diventare controproducente, così come viene applicato.
Riportiamo dunque la testimonianza di una nostra lettrice, in possesso di Green pass da tampone – che ricordiamo avere la stessa valenza giuridica e scientifica di quello da vaccino – e che si è ritrovata ad affrontare un’esperienza ai limiti del tollerabile.
“27 ottobre 2021 ore 16.15 circa, accedo al Pronto Soccorso dell’ospedale di Borgomanero per accompagnare mio figlio di undici anni che si è fatto male. Primo controllo all’accesso, una gentile infermiera chiede al bambino “Che cos’hai?” e poi mi chiede: “Lei è la mamma?” Rispondo annuendo. La gentile signora quindi mi chiede: “Lei ha il vaccino?” Rispondo: “Ho il green pass”. L’infermiera mi richiede: “Ha il vaccino” e io rispondo “Ho il green pass” e faccio per tirarlo fuori. Allora, la signora, non paga della mia risposta, mi dice “Ha il green pass da vaccino?” Le rispondo che io ho fatto il tampone perché voglio sempre essere sicura di essere negativa prima di entrare negli ospedali. L’ho sempre fatto per entrare in ospedale, anche quando non era richiesto. Per rispetto a chi è malato. L’infermiera prende la penna e scrive in stampatello maiuscolo, calcando bene: MAMMA NON VACCINATA.
Senza curarsi del fatto che il bambino zoppica, mi invita ad uscire e a fare il giro dall’esterno per accedere al triage (cosa che altri pazienti dopo di me non hanno fatto, visto che sempre la gentile infermiera li ha accompagnati dall’interno). Arrivati al triage, un infermiere neanche troppo garbato, prima ancora di chiedere a mio figlio cosa avesse, si rivolge presuntuosamente a me chiedendomi: “Ha il vaccino?” Io, come prima, rispondo: “Ho il green pass”. Lui insiste e mi richiede: “Ha il vaccino?” Io rispondo, come prima, “Ho il green pass”. Allora, non pago della risposta e piuttosto scocciato mi chiede “Lo ha da vaccino o da tampone?” Io gli chiedo che differenza faccia e lui si altera dicendomi perentoriamente: “Me lo faccia vedere”. Per vederlo prende rabbiosamente il mio telefono cellulare e lo smanetta ben bene. A quel punto, gentilmente, chiedo dove sia il disinfettante perché io sono sicura di essere negativa, ma lui lo sa? Si altera. Non so perché.
Mi rivolgo con la presente a chi di dovere affinché sani questa stortura burocratica e discriminatoria e aggiorni il proprio personale sul rispetto della privacy e ancor prima delle persone. Se una persona accede al pronto soccorso è perché ha bisogno di aiuto. Quindi credo che la prima cosa da chiedere sia relativa al malessere.
Premetto di essere concorde sull’utilizzo e la diffusione del green pass e fermo restando che io, come già detto, ho sempre fatto il tampone per entrare negli ospedali, ancor prima dell’obbligatorietà del green pass, trovo profondamente discriminatorie le modalità di controllo del personale addetto al Pronto Soccorso dell’ospedale di Borgomanero, le cui richieste non dovrebbero andare oltre al mero controllo del green pass al di là della provenienza dello stesso, così come prevedono le normative vigenti, nelle quali è bene esplicitato il fatto che non sia possibile, per motivi di privacy, indagare sull’origine del green pass che può nascere da vaccinazione, guarigione o tampone.
Mi riservo comunque di rivolgermi alle autorità competenti per quanto riguarda la violazione delle normative vigenti.
Cordiali saluti, Nadia Barbieri”
