In occasione della Giornata internazionale dei viaggi dell’uomo nello Spazio, che si celebra il 12 aprile di ogni anno per ricordare il 12 aprile del 1961, il primo giorno in cui l’uomo volò nello spazio (fu l’astronauta russo Yuri Gagarin a compiere un volo orbitale a bordo di una capsula spaziale), Debora Angeloni, docente di Biologia molecolare della Scuola Superiore Sant’Anna, ha presentato i risultati di uno studio condotto su cellule endoteliali umane, mandate sulla Stazione Spaziale Internazionale ISS, in un progetto con il supporto della Agenzia spaziale italiana e della European space agency, e ritornate a Pisa, dove “hanno raccontato una storia di adattamento alle straordinarie condizioni dello spazio,” ha affermato Angeloni.
“I viaggi spaziali hanno mostrato, in modo non ancora del tutto compreso, quanto la gravità abbia contribuito a determinare come siamo fatti e come “funzioniamo”, perché in assenza di gravità le cose non vanno proprio bene. Al rientro dai viaggi spaziali, gli astronauti riportano problemi di salute riconducibili alla sofferenza di un organo, l’endotelio, che svolge un ruolo molto importante per adattare il nostro corpo alle condizioni dell’ambiente esterno. Per contribuire alla soluzione di questo problema, e poter garantire missioni sicure, i biologi spaziali del Sant’Anna hanno studiato cellule endoteliali umane, mandandole alla Stazione Spaziale Internazionale ISS, con il supporto della Agenzia spaziale italiana e della European space agency,” ha spiegato la docente di Biologia molecolare della Scuola Superiore Sant’Anna. “Al rientro a Pisa, queste cellule coltivate sulla ISS e studiate con metodi di biologia molecolare, hanno raccontato una storia di adattamento alle straordinarie condizioni dello spazio. Fra altre cose, hanno condotto a scoprire che durante il viaggio è stata impedita la attivazione di un loro meccanismo di difesa, chiamato autofagia. Si tratta di un meccanismo cellulare importante, perché in condizioni normali ci aiuta a superare i momenti di stress attraverso una rimozione selettiva di componenti danneggiati. L’autofagia permette la degradazione e il riciclo dei componenti cellulari, risparmiando energia e eliminando componenti ‘guaste’. Siccome ogni risultato genera altre domande, resta ora da capire se riattivando questo meccanismo si può ovviare alle condizioni di sofferenza dell’endotelio che si instaurano durante i voli spaziali”. “Di questi risultati potrebbero beneficiare anche tutti coloro che qui a terra vanno incontro, per invecchiamento fisiologico o altri problemi, a disturbi simili a quelli degli astronauti,” ha concluso Angeloni.
Lo studio è stato pubblicato su “Cellular and Molecular Life Sciences”
