Un intreccio fra medicina, politica e comunicazione. E’ questo il dedalo di nozioni, necessità, decisioni, comprensioni e incomprensione che ha fatto da filo conduttore a tutta la gestione pandemica, partendo dall’inizio e proseguendo senza soluzione di continuità fino ai giorni nostri.
I consigli degli scienziati hanno diviso il mondo, portando la scienza a diventare quasi un’opinione. L’uso, il non-uso e l’abuso dei consigli degli studiosi delle scienze naturali, mediche e sociali durante la pandemia sono dunque tuttora controversi. I governi in genere hanno deciso di “seguire la scienza” quando discutono delle loro scelte politiche. Presentando il piano di risposta al Covid-19 del governo britannico nella primavera del 2020, il segretario alla salute Matt Hancock, ha affermato che era “guidato dalla scienza” e ha espresso fiducia nella “competenza a livello mondiale del Regno Unito per dare un senso ai dati emergenti” sul virus, come spiega un articolo pubblicato su The British Medical Journal,
Chi si è posto in maniera critica nei confronti delle politiche del governo sul Covid-19 ha sostenuto che l’affermazione di “seguire la scienza” era un teatrino politico, progettato per supportare le posizioni politiche desiderate dal governo piuttosto che un processo decisionale basato su delle prove. Altri hanno sottolineato che la scienza non è monolitica, che quindi è quasi privo di senso pretendere di seguire la scienza senza specificare che tipo di scienza è alla base di tali decisioni. Affermare di seguire la scienza solleva solo domande come “quale scienza?” e “secondo chi?“.
Resta inteso, secondo Bmj, che ritenere i consulenti responsabili delle decisioni del governo è complicato. I consulenti non obbligano i politici a fare nulla. I politici hanno i propri interessi e abbondanti fonti da cui ricevere consigli. I punti deboli del sistema britannico, secondo l’analisi, sono la mancanza di autonomia tra i consulenti (sono selezionati dal governo e rispondono alle domande poste dal governo) e la scarsa trasparenza generale. Sebbene la trasparenza del sistema di consulenza del Regno Unito sia migliorata con il progredire della pandemia, la mancanza di trasparenza iniziale, combinata con la mancanza di autonomia dei consulenti, ha svuotato il processo di legittimità nelle fasi iniziali e potrebbe aver consentito scelte dannose del governo fino ad oggi. Quali lezioni potremmo trarre dall’esperienza del Regno Unito?
Innanzitutto c’è un fatto: i governi tendono a ricevere i consigli che desiderano. Gli elettori possono giudicare le prestazioni complessive dei loro governi, ma è difficile per loro sapere se i governi hanno posto le domande giuste o se hanno ricevuto risposte valide dalle società di consulenza private. In secondo luogo, una consulenza trasparente e indipendente può consentire la responsabilità democratica delle decisioni prese anche se i governi non lo vogliono. È giustamente compito dei politici eletti, non dei consulenti scientifici, bilanciare e rappresentare gli interessi. tutto questo consentirebbe alle persone che osservano e, in definitiva, agli elettori di giudicare la competenza e le priorità dei loro politici.
Secondo gli analisti, dovremmo riconoscere i limiti dei sistemi di consulenza scientifica. Consigliare non è prendere decisioni. I buoni sistemi di consulenza preservano l’autonomia e la credibilità dei consulenti e degli scienziati separando i loro consigli dalle decisioni finali. Il ruolo di una consulenza scientifica trasparente, si consiglia infine, non è solo quello di consentire l’elaborazione delle scelte politiche; è anche quello di consentire la responsabilità dei fallimenti politici, come quelli che abbiamo visto durante la pandemia di Covid-19.
