Negli ultimi anni, la scienza del sonno ha visto un crescente interesse da parte della comunità scientifica e del pubblico generale. Tra le teorie più discusse vi è quella secondo cui il sonno permette al cervello di eliminare tossine accumulate durante la veglia attraverso un processo noto come clearance glinfatica. Tuttavia, un nuovo studio condotto dal team dell’Imperial College di Londra sfida questa teoria consolidata, provocando un acceso dibattito nel mondo accademico.
La ricerca
La teoria della clearance glinfatica è emersa fortemente nell’ultimo decennio, suggerendo che il sonno gioca un ruolo cruciale nel mantenere il cervello pulito da rifiuti metabolici. Questa ipotesi si basa su studi che dimostrano come, durante il sonno, il flusso del liquido cerebrospinale aumenti, favorendo la rimozione di proteine tossiche come la β-amiloide, associata alla malattia di Alzheimer. Tuttavia, nonostante questa teoria abbia guadagnato ampio consenso, rimangono molte domande senza risposta riguardo ai meccanismi precisi del sonno.
Il sonno non “pulisce” il cervello
Lo studio dell’Imperial College di Londra ha utilizzato una tecnica innovativa per osservare in tempo reale il processo di eliminazione delle tossine nel cervello dei topi. Applicando un colorante fluorescente, i ricercatori hanno monitorato la clearance glinfatica sia durante il sonno che sotto anestesia. I risultati hanno mostrato che, contrariamente alla teoria dominante, la clearance era meno efficiente durante il sonno, con una riduzione del 30% rispetto alla veglia, e ancora meno efficace sotto anestesia, con una riduzione del 50%.
Il professor Nick Franks, co-responsabile dello studio, ha dichiarato: “Il campo si è così concentrato sull’idea dell’eliminazione come uno dei motivi principali per cui dormiamo, che siamo rimasti molto sorpresi di osservare il contrario nei nostri risultati“.
La teoria della demenza
Una delle implicazioni più significative della teoria della clearance glinfatica è la sua relazione con la malattia di Alzheimer. Si è ipotizzato che un sonno di scarsa qualità, riducendo la rimozione delle tossine, possa accelerare la progressione della demenza. Tuttavia, i nuovi risultati suggeriscono che il sonno possa aiutare a ridurre il rischio di demenza attraverso meccanismi diversi dall’eliminazione delle tossine.
Il professor Bill Wisden, co-responsabile dello studio, ha osservato: “Può darsi che dormire bene aiuti a ridurre il rischio di demenza per ragioni diverse dall’eliminazione delle tossine“.
Reazioni della comunità scientifica
La pubblicazione dello studio a metà maggio 2024 ha attirato un’attenzione significativa, suscitando sia lodi che critiche. Il biologo Stephen Proulx dell’Università della California a Santa Barbara ha elogiato i metodi utilizzati nello studio, definendoli “molto intelligenti“. Tuttavia, non tutti i commentatori sono stati altrettanto positivi.
Il neuroscienziato Maiken Nedergaard, che ha condotto il fondamentale studio del 2013 sulla clearance glinfatica, ha espresso forti riserve. Ha criticato la metodologia dello studio, sostenendo che l’iniezione del colorante fluorescente direttamente nel cervello potrebbe aver creato dati inaffidabili danneggiando i tessuti e aumentando la pressione intracranica. “Non puoi semplicemente entrare e fare qualcosa di completamente diverso e dire che tutti i vecchi dati sono sbagliati“, ha detto Nedergaard.
