All’inizio di luglio, nel caldo torrido del porto di Durazzo, in Albania, 102 container sono salpati alla volta della Thailandia. Riempiti, secondo i documenti ufficiali, di rifiuti industriali, avrebbero dovuto essere riciclati o distrutti lontano dall’Europa. Ma settimane dopo erano di ritorno perché nessuno voleva il carico, sospettato di essere tossico. Tutto ha inizio a Elbasan, nel centro del Paese. La città siderurgica produce tonnellate di rifiuti che vengono spesso inviati altrove; un business globale che vede molti Paesi occidentali esternalizzare la gestione dei rifiuti in Asia o in Africa.
Denunciato regolarmente dalle ong ambientaliste, il traffico di rifiuti ha un valore stimato tra i 44 e i 70 miliardi di euro all’anno. Per quanto riguarda la parte illegale, gli importi variano da 9 a 11 miliardi di euro all’anno secondo il Gruppo di Azione Finanziaria Internazionale (GAFI), l’organismo intergovernativo responsabile della lotta al riciclaggio di denaro e al finanziamento del terrorismo. Ogni anno, nel mondo, vengono prodotti due miliardi di tonnellate di rifiuti. Secondo la Banca Mondiale, questa cifra è destinata a salire a 3,4 miliardi entro il 2050. Tra i miliardi di tonnellate di rifiuti prodotti rientrano anche quelli pericolosi, ovvero quelli che potrebbero essere dannosi per la salute umana o per l’ambiente, in particolare a causa della loro reattività chimica o tossicità.
La Convenzione di Basilea, firmata nel 1989 da 53 Paesi, ne regola il trattamento e tra le altre cose, impedisce a qualsiasi Paese membro dell’Ocse di inviare i propri rifiuti a un Paese non membro. Ma l’Albania non è un membro dell’Ocse e i suoi porti, come quello di Durazzo, possono spedire i rifiuti europei ovunque. Secondo i media albanesi, all’inizio dell’estate del 2024 Sokolaj ha acquistato tra le 800 e le 1.000 tonnellate di rifiuti da un’azienda di Elbasan, Kurum International per poi rivenderli alla sua filiale croata, GS Minerals. Sokolaj e GS Minerals – che non hanno voluto rilasciare dichiarazioni all’AFP – sostengono che le analisi sono state effettuate da un laboratorio croato e che i rifiuti non sono tossici. Contattato da un giornalista, il laboratorio ha rifiutato di confermarlo. Secondo i documenti doganali albanesi consultati dall’AFP, le due società hanno presentato una fattura per l’acquisto di “ossido di ferro”, autorizzato all’esportazione.
I container sono partiti da Durazzo per il grande porto italiano di Trieste. Qui sono stati caricati su due navi da carico Maersk, la Campton e la Candor. Mentre le navi da carico navigavano lungo la costa africana, una ong specializzata nella ricerca di rifiuti tossici, la Basel Action Network (BAN), ha contattato la Maersk. Un informatore aveva utilizzato la loro linea diretta per avvertire che i 102 container non contenevano solo ossido di ferro, ma anche rifiuti tossici, in questo caso polveri di forni elettrici ad arco (EAFD).
Queste polveri, classificate come tossiche dalla maggior parte delle legislazioni, contengono generalmente una complessa miscela di metalli pesanti, tra cui zinco, piombo e cadmio, oltre ad altri elementi come l’ossido di ferro. Devono essere stoccate in condizioni molto severe. Ogni anno, il solo commercio di questo tipo di polvere genera 1,4 miliardi di euro, “il prezzo che la gente paga per liberarsene”, spiega il presidente di BAN Jim Puckett. L’ong ha quindi chiesto a Maersk di interrompere il viaggio delle sue navi mentre si trovavano non lontane dal Sudafrica, dove avrebbero potuto fermarsi per far analizzare il contenuto dei container.
Ma la Campton e la Candor sono rimaste in silenzio radio: i transponder erano spenti e non sarebbero stati riaccesi fino all’avvicinamento a Singapore. Contemporaneamente, BAN ha avvertito le autorità thailandesi, che hanno deciso di non autorizzare l’arrivo dei container. Penchome Saetang, un attivista ambientale che collabora con il governo thailandese, ha dichiarato all’AFP che “dopo aver ricevuto informazioni dalle ONG, il governo ha sospettato che potesse trattarsi di EAFD”.
A Singapore, la Maersk ha preso atto del rifiuto thailandese e ha consegnato i container “alla compagnia di navigazione incaricata di rispedirli in Albania”, cioè la MSC, ha spiegato il vettore danese intervistato dall’AFP. “Nessuno di questi container è stato dichiarato come contenente rifiuti pericolosi” altrimenti “non li avremmo trasportati“, ha aggiunto Maersk. Contattata, la MSC “non ha voluto commentare”.
Alla fine di agosto, i 102 container sono ripartiti. Ma nessuno in Europa li voleva. A Tirana, il primo ministro Edi Rama ha sbottato. “Nulla dimostra che questi rifiuti siano tossici”, ha insistito durante un question time in Parlamento, in cui ha dichiarato che l’Albania non ritirerà i rifiuti, respingendo le accuse basate, a suo dire, su “sospetti maligni“, “senza alcun certificato di analisi“. In risposta, in una lettera aperta alle autorità albanesi, la BAN ricorda che “se i container contengono materiali pericolosi, non possono essere spediti in un altro Paese senza il consenso scritto del Paese esportatore, l’Albania, dei Paesi di transito, Italia, Malta, Marocco, Sudafrica e Singapore, e del Paese importatore, la Thailandia”. “Nessuno di questi Paesi ha dato il proprio consenso e, di conseguenza, se si scopre che i container contengono rifiuti pericolosi, le spedizioni costituiscono un “traffico illecito” ai sensi dell’articolo 9 della Convenzione di Basilea. Un reato penale”, sottolinea l’ONG. La Procura di Durazzo ha aperto un’indagine per “contrabbando di merci vietate” e “abuso di potere”, in collaborazione con l’Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF), Il 26 settembre, le navi che trasportavano i 102 container si trovavano rispettivamente in Egitto e in Italia.
