“È passato poco più di un anno dall’alluvione che nel maggio 2023 ha colpito Emilia Romagna e Marche ma poco o nulla sembra essere cambiato. Lo dimostra il fatto che stiamo contando i danni in molte aree già allagate sedici mesi fa. Adeguare il territorio e le infrastrutture al clima che cambia non è cosa facile, non lo neghiamo, ma quello che constatiamo in molti casi è una mancanza di volontà da parte di politica e istituzioni” sono le parole di Piero Farabollini, presidente dell’Ordine dei Geologi delle Marche.
Le dichiarazioni di Farabollini
“Come spesso diciamo è cambiata la frequenza degli eventi estremi – continua Farabollini – con esondazioni e allagamenti che interessano anche aree mai coinvolte prima. Tuttavia, addossare la colpa di tutto ciò al ‘cambiamento climatico’ è troppo facile e, a nostro avviso, in molti stanno utilizzando questo argomento come parafulmine. Perché ferma restando l’evidenza di un clima che sta cambiando, i danni e – purtroppo – le vittime che registriamo negli ultimi anni sono anche e soprattutto colpa di un’antropizzazione incontrollata di territori che avremmo invece dovuto proteggere”.
“Conosciamo da decenni l’entità del rischio idrogeologico che interessa il versante adriatico, dove l’orografia e l’idrografia avrebbero dovuto suggerire opere di prevenzione e di mitigazione. Tra queste rientra anche un’azione di contrasto agli insediamenti umani, per tutelare il paesaggio naturale. Cosa intendiamo? Prendiamo i fiumi: nel corso dei decenni l’uomo ha modificato, restringendo, deviando o tombando, i corsi d’acqua. Senza rendersi conto che i tempi di evoluzione del fiume sono diversi da quelli di una vita umana. E che prima o poi il fiume riprende ciò che gli è stato rubato. Se il territorio non antropizzato si presenta con caratteristiche di aree pianeggianti e larghe dove i fiumi possono divagare è perché nella sua evoluzione il fiume alterna fasi di magra con fasi in cui il fiume interessa tutta la piana allagandolo ma senza produrre danni”.
“È da tempo che chiediamo un’azione sul lungo termine: vanno ripensate le nostre città e paesi, sapendo che i tempi di ritorno degli eventi catastrofici sono cambiati, così com’è cambiato il regime pluviometrico delle precipitazioni. La pianificazione urbanistica non può prescindere dalla conoscenza del territorio e della sua evoluzione geomorfologica. Altre azioni indispensabili: manutenere i versanti e i corsi d’acqua, ma non in emergenza bensì in prevenzione”.
“L’estate particolarmente secca – conclude il presidente dei geologi delle Marche – è stata una grande occasione mancata per intervenire sui corsi d’acqua, quando la ripulitura dell’alveo sarebbe stata molto più agevole. Eppure, a parte rari e virtuosi casi, ciò non è stato fatto. Si sente parlare molto di vasche di laminazione, utili ad assorbire le ondate di piena dei fiumi, ma queste vanno considerate solo dopo la manutenzione dei corsi d’acqua, perché sono infrastrutture più impegnative, più costose e di maggior impatto sull’ecosistema. Poi va ripensato l’utilizzo dei coltivi abbandonati e la messa in opera di regimazioni dei fossi di drenaggio”.
