L’antropomorfizzazione, ovvero l’azione di attribuire comportamenti o sentimenti umani ad animali o oggetti inanimati, è un fenomeno curioso e diffuso, che da sempre suscita interesse tra studiosi di varie discipline. Questo comportamento si manifesta in piccole azioni quotidiane, come ad esempio quando si prova simpatia per un carrello della spesa malandato, si avverte un senso di colpa nel buttare via un vecchio capo d’abbigliamento o si prova una strana empatia per un oggetto che ci ricorda qualcosa del nostro passato. Nonostante gli oggetti non possano effettivamente provare sentimenti, questo tipo di interazione emotiva appare sorprendentemente comune, soprattutto in un’epoca caratterizzata da relazioni virtuali e tecnologia avanzata.
L’antropomorfizzazione
Uno dei casi più emblematici è quello di Lilianna Wilde, una giovane donna che, attraverso il suo account TikTok, ha condiviso con il pubblico la sua tendenza a “umanizzare” oggetti inanimati. Durante una sua sessione di spesa, Wilde racconta come preferisca spesso scegliere il carrello della spesa che nessuno vuole, quello con la ruota cigolante e malconcia. Oppure, quando ripone i piatti, alterna spesso l’uso dei piatti per evitare che quelli sul fondo si sentano trascurati. Questi comportamenti, che possono sembrare irrilevanti o persino bizzarri a chi non li condivide, riflettono un tipo di sensibilità che Wilde ha scoperto essere molto comune. Infatti, il suo video ha ricevuto un numero sorprendente di commenti da parte di utenti che riferiscono di avere provato emozioni simili verso oggetti come giocattoli di peluche, piante, mobili o persino voci di intelligenze artificiali come quella del GPS del loro telefono.
Questo fenomeno, noto appunto come antropomorfizzazione, trova una spiegazione in una delle caratteristiche peculiari dell’essere umano: il bisogno innato di connessione. Secondo la dottoressa Melissa Shepard, psichiatra del Maryland, questo bisogno di dare un senso al mondo attraverso esperienze soggettive è alla base di questa tendenza. Gli esseri umani sono naturalmente predisposti a cercare relazioni, e quando queste mancano o non soddisfano appieno le loro necessità emotive, l’empatia e l’affetto possono essere estesi anche agli oggetti. Shepard sostiene che, finché questo non interferisce significativamente con la vita quotidiana, non c’è nulla di cui preoccuparsi.
Ricordi ed emozioni
La terapeuta Kim Egel, specializzata in matrimoni e relazioni familiari, aggiunge che spesso questi sentimenti sono legati a oggetti che evocano ricordi o emozioni legate al passato. Un vecchio giocattolo, un capo d’abbigliamento o un oggetto con cui abbiamo condiviso parte della nostra vita può rappresentare un legame emotivo con un periodo importante. L’attaccamento a tali oggetti diventa, così, una forma di nostalgia o di proiezione di sentimenti che abbiamo vissuto in passato.
Tuttavia, questa tendenza non è sempre priva di conseguenze. Alcune persone, come evidenziato dalla stessa Egel, possono attribuire agli oggetti sentimenti di solitudine o isolamento che riflettono in realtà i loro stati d’animo. In casi più estremi, c’è persino una condizione psichiatrica nota come “sindrome delirante del compagno“, in cui l’individuo è convinto che gli oggetti possiedano effettivamente emozioni. Questa condizione, sebbene rara, dimostra come l’antropomorfizzazione possa evolvere in una forma patologica quando si spinge oltre un certo limite.
Infanzia e influenza dei media
Un altro aspetto affascinante dell’antropomorfizzazione è il suo legame con l’infanzia e con l’influenza dei media. Wilde stessa si interroga su quanto i film della sua infanzia, come la saga “Toy Story” o “La Bella e la Bestia“, possano aver influenzato il suo modo di percepire gli oggetti inanimati. Questi film, infatti, rappresentano oggetti che prendono vita, sviluppando personalità e sentimenti umani, e questo tipo di narrazione potrebbe aver instillato in molte persone l’idea che anche gli oggetti più semplici possano essere in qualche modo “vivi” o meritevoli di affetto.
Se è vero che molti trovano conforto e connessione in questo tipo di relazione con gli oggetti, l’antropomorfizzazione può anche riflettere una mancanza di connessioni umane. Shepard osserva che spesso questo comportamento si manifesta in individui che sono neurodivergenti o che hanno difficoltà a stabilire legami sociali significativi. Questi individui possono provare emozioni più intense per gli oggetti, al punto che la loro vita quotidiana ne viene influenzata. In questi casi, il supporto di un professionista della salute mentale può essere utile per comprendere meglio e gestire queste emozioni.
Ma non sono solo gli oggetti domestici a suscitare sentimenti di empatia. Anche i robot e l’intelligenza artificiale stanno diventando protagonisti di questo fenomeno. Un esempio famoso è quello del rover marziano Curiosity della NASA, che ha festeggiato il suo “compleanno” cantando a se stesso nel 2013, un episodio che ha scatenato emozioni in molti. Quando, nel 2019, il rover Opportunity è stato dichiarato morto, la risposta sui social media è stata sorprendentemente emotiva, con molti utenti che hanno manifestato il loro dolore per la “scomparsa” del robot.
L’umanizzazione della tecnologia si sta spingendo oltre con l’evoluzione dei chatbot e delle intelligenze artificiali, che sempre più spesso vengono dotate di volti, voci e personalità umane. Questo ha portato a un fenomeno noto come “valle perturbante“, in cui le persone provano un senso di disagio quando i robot diventano troppo simili agli esseri umani. Secondo la psichiatra Marlynn Wei, se da un lato l’intelligenza artificiale può colmare alcuni vuoti emotivi, dall’altro c’è una preoccupazione crescente riguardo all’effetto che queste “connessioni” possono avere sullo sviluppo psicologico delle persone.
