Da oltre tre settimane, la nave Ruby, carica di 20.000 tonnellate di nitrato di ammonio, una sostanza pericolosa, è bloccata al largo delle coste inglesi, attirando l’attenzione delle autorità marittime. La questione è: cosa fare con una nave che trasporta un fertilizzante che potrebbe diventare un esplosivo e che nessuno sembra volere?
La Ruby, una nave battente bandiera maltese, rappresenta l’ultimo esempio di imbarcazioni costrette a rimanere ferme per periodi prolungati, a volte per settimane. Partita dalla città russa di Kandalakcha il 22 agosto, con un carico di nitrato di ammonio sei volte superiore a quello che ha devastato il porto di Beirut il 4 agosto 2020, la nave ha affrontato una tempesta nel Mare di Barents. Dopo una sosta a Tromso, in Norvegia, è stata inviata in Lituania per riparare delle crepe nello scafo, ma il porto lituano ha rifiutato di accoglierla.
Dal 25 settembre, la Ruby è ancorata al largo della foce del Tamigi, con un equipaggio composto principalmente da marinai siriani, assistita da un rimorchiatore. “La nave è in grado di navigare”, hanno dichiarato i guardacoste britannici, nonostante non si sia mossa per settimane. L’armatore di Dubai, in un’intervista con l’AFP, ha assicurato che “la nave sarà messa in bacino di carenaggio per le riparazioni e si prevede che il carico sarà scaricato in un porto britannico”. La compagnia ha aggiunto che “trovare una soluzione adeguata è una sfida logistica, che spiega in parte il ritardo“, precisando che una soluzione dovrebbe essere trovata “nei prossimi giorni”.
Uno dei problemi principali è trovare un porto disposto a ricevere il carico, poiché non ci sono molti candidati pronti ad accogliere materiali considerati pericolosi e, in alcuni casi, esplosivi. L’esperto di trasporti marittimi di merci pericolose, Eric Slominski, ha sottolineato che “la situazione viene accomunata a quella di Beirut, ma credo che questa sia assolutamente gestibile”. Ha poi chiarito che “il nitrato di ammonio è destinato ad essere utilizzato come fertilizzante”, contrariamente a quello di Beirut, che era destinato alla produzione di esplosivi.
Un altro esperto, Nicolas Tanic, vicedirettore del Cedre, un’organizzazione specializzata in inquinamento marino, ha confermato che “è un prodotto che non dovrebbe essere solleticato, ma non è esplosivo”. Secondo lui, la psicosi attorno alla nave Ruby è stata alimentata dall’origine russa del carico, oltre che dal ricordo del disastro libanese.
Il concetto di “porto di rifugio”, introdotto dopo il disastro della petroliera Erika, incoraggia gli Stati ad accogliere navi in difficoltà per prevenire potenziali disastri ambientali, ma la sua applicazione è lasciata all’interpretazione. Un esempio emblematico è quello della MSC Flaminia, che nel 2012 vagò per circa un mese al largo delle coste francesi dopo un incendio a bordo. Alla fine, venne accolta nel porto tedesco di Wilhelmshaven. Lo stesso porto ha ospitato la Purple Beach nel 2015, una nave che trasportava 5.000 tonnellate di fertilizzante e che fu vittima di un incendio. Rimase attraccata per quasi due anni prima che venisse presa una decisione sul futuro del carico.
La situazione della Ruby ricorda queste vicende, mentre il tempo continua a passare senza una soluzione definitiva all’orizzonte.
