L’impianto ENI di Calenzano, dove ieri si è verificata un’esplosione, è “nell’elenco degli impianti a rischio industriale rilevante. Ce ne sono 975 in Italia e sono sottoposti a controlli stringenti. Sono previsti dalla direttiva europea Seveso, emanata dopo l’incidente in Lombardia del 1976. A Calenzano, secondo il gestore, c’erano oltre 152mila tonnellate di olii minerali, 132 delle quali di gasolio“: è quanto ha spiegato in un’intervista a Repubblica Fabio Ferranti, dirigente ISPRA Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale). “L’ultima verifica esterna registrata nel sistema ISPRA risale al 2017 – ha proseguito Ferranti – Potrebbero essercene state altre da parte dei Vigili del Fuoco: le ispezioni dovrebbero svolgersi ogni 3 anni“.
“Poteva andare peggio. Se a bruciare fosse stato petrolio non raffinato, o se fossimo stati in un periodo di cappa estiva, i rischi per la salute sarebbero stati maggiori“. “Il fumo nero indica la presenza di sostanze non bruciate del tutto. È più nocivo rispetto al fumo bianco, in cui tutto il materiale viene consumato. Contiene residui di idrocarburi e monossido di carbonio. L’emergenza però è durata poco: le fiamme sono state spente in breve tempo, in zona c’era molto vento e a bruciare sono stati idrocarburi raffinati“, ha concluso l’esperto.
