Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, un violento terremoto magnitudo 6.5 colpì la Sicilia occidentale, devastando la Valle del Belice e segnando profondamente il dopoguerra italiano. Gibellina, Montevago, Poggioreale e Salaparuta furono rase al suolo, mentre molti altri centri subirono danni irreparabili. Il bilancio fu tragico: 296 morti, oltre 1.000 feriti e quasi 100.000 persone senza casa.
La catastrofe mise in evidenza la fragilità delle abitazioni rurali e l’assenza di misure antisismiche. Con l’economia locale basata sull’agricoltura, i danni infrastrutturali aggravarono la già difficile situazione. La gestione dell’emergenza fu complessa, tra ritardi nei soccorsi e migliaia di sfollati costretti all’emigrazione. La popolazione colpita si mobilitò, chiedendo interventi concreti: nel marzo 1968, i terremotati si unirono agli studenti a Roma per esigere dal governo una legge per la ricostruzione.
La rinascita del Belice fu lenta e controversa. Alcuni centri abitati vennero ricostruiti in luoghi distanti, ignorando le esigenze degli abitanti. Tuttavia, il territorio si trasformò in un laboratorio culturale: artisti come Alberto Burri donarono opere straordinarie, tra cui il “Grande Cretto”, che avvolge le rovine di Gibellina come un monumento alla memoria, simbolo di resilienza e speranza.
