Le Isole Cook hanno annunciato di aver concluso un accordo quinquennale con la Cina per cooperare “nell’esplorazione e nella ricerca delle ricchezze minerarie dei suoi fondali marini“. Nell’intesa è compresa anche formazione e trasferimento tecnologico, supporto logistico e ricerca sugli ecosistemi delle profondità marine, ma non la concessione di licenze di esplorazione o estrazione mineraria. L’accordo sui fondali marini è stato firmato sulla scia del più ampio patto di partenariato che il Premier delle Isole Cook, Mark Brown, ha firmato durante una recente visita di stato in Cina, volto a una maggiore cooperazione nel commercio, negli investimenti e nel settore dei minerali dei fondali marini.
L’iniziativa è destinata a irritare la Nuova Zelanda, con la quale il Paese insulare è legato da un accordo di “libera associazione” attraverso il quale gli viene fornita in materia di bilancio, affari esteri e difesa. I 17mila abitanti delle Isole Cook hanno la cittadinanza neozelandese.
Wellington ha già protestato, lamentando una mancanza di consultazione e trasparenza in merito, e ha chiesto di vedere tutti gli accordi firmati durante il viaggio di Brown in Cina. La Nuova Zelanda e i suoi alleati, tra cui Australia e Stati Uniti, sono irritati dalla crescente influenza diplomatica, economica e militare della Cina nel Pacifico, regione strategicamente importante. Ma Brown ha insistito sul fatto che le relazioni con Wellington e altri partner non sono influenzate dall’accordo di partenariato che ha firmato con Pechino. In precedenza aveva sottolineato che le Isole Cook devono proteggersi dai cambiamenti climatici “attraverso qualsiasi entrata che possono ottenere”.
Le aziende del settore sperano di guadagnare miliardi di dollari estraendo dai fondali marini noduli polimetallici ricchi di manganese, cobalto, rame e nichel. D’altro canto, gli ambientalisti temono che questo processo devasterà gli ecosistemi.
