L’Unione Europea sta vivendo un momento di impasse climatica. Sebbene la Commissione abbia formulato un obiettivo ambizioso per il 2040 – ridurre le emissioni di CO₂ del 90% rispetto ai livelli del 1990 – i negoziati tra i 27 Stati membri non sono ancora iniziati. Il ritardo solleva interrogativi sul futuro della leadership europea nel contesto climatico climatico, in un panorama globale sempre più incerto.
Clima, l’Europa tra esitazioni e pressioni internazionali
La politica climatica dell’UE appare sempre più subordinata a questioni di difesa e competitività economica, complici i cambiamenti geopolitici, tra cui l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti e il rafforzamento delle destre nazionaliste in Europa. A preoccupare è la mancata presentazione della tabella di marcia climatica per il 2035, un obbligo internazionale nei confronti delle Nazioni Unite, la cui scadenza è stata ignorata lo scorso febbraio.
Secondo Simon Stiell, capo dell’ONU per il clima, è fondamentale che l’Europa si doti di un piano chiaro e solido. Tuttavia, nei palazzi di Bruxelles, la questione climatica sembra essere passata in secondo piano. “Più l’UE aspetta, più diventa difficile spiegare sulla scena internazionale perché stanno tirando le cose per le lunghe“, avverte Linda Kalcher, direttore del think tank Strategic Perspective. Il rischio è che questa incertezza fornisca una scusa per i ritardi di altri Paesi.
Divisioni interne e ostacoli politici
L’inerzia dell’UE è accentuata da divisioni interne tra gli Stati membri. La Francia non ha ancora preso una posizione chiara sulla riduzione del 90%, preferendo discutere misure concrete per la decarbonizzazione industriale. L’Italia, con il governo di Giorgia Meloni, propone invece una riduzione tra l’80% e l’85%, per evitare misure troppo drastiche per l’economia. La Repubblica Ceca, sostenitrice dell’industria pesante, giudica irrealizzabile l’obiettivo del 90%.
Le esitazioni sono anche il riflesso di un cambiamento politico più ampio. L’ascesa delle destre sovraniste sta mettendo sotto pressione le politiche climatiche europee, rendendo difficile trovare un consenso tra i 27 Paesi. L’eurodeputato Michael Bloss denuncia che le misure ambientali sono sotto attacco, mentre il PPE (Partito Popolare Europeo) lamenta un’eccessiva attenzione all’obiettivo 2040, trascurando la scadenza più vicina del 2035.
L’attesa per il cambio di presidenza dell’UE
Nel tentativo di sbloccare la situazione, alcuni guardano alla presidenza di turno dell’UE. Attualmente nelle mani della Polonia, storicamente scettica su misure climatiche stringenti, passerà alla Danimarca a luglio, Paese noto per il suo impegno ambientale. Ciò potrebbe rappresentare un punto di svolta, ma i ritardi accumulati rischiano di compromettere la credibilità europea nei negoziati internazionali.
Green Deal a rischio?
La Commissione Europea, guidata da Ursula von der Leyen, ha avviato il suo nuovo mandato con misure di semplificazione per ridurre i vincoli amministrativi alle imprese, anche in materia ambientale. Questa direzione fa temere alle ONG uno smantellamento graduale del Green Deal, la strategia che nella scorsa legislatura ha posto l’Europa in prima linea nella lotta al cambiamento climatico.
I prossimi mesi saranno decisivi: se l’UE non riuscirà a trovare un compromesso solido sul 2040 e a rispettare i suoi impegni per il 2035, rischia di perdere non solo la leadership climatica, ma anche la fiducia della comunità internazionale.
