Crisi dello sci in Italia, 265 comprensori dismessi: l’allarme di Legambiente

Secondo il report, in Italia sono attualmente 165 i bacini di innevamento artificiale individuati attraverso immagini satellitari

Negli ultimi anni, il settore dello sci in Italia sta attraversando una crisi profonda, con un numero crescente di comprensori sciistici che chiudono definitivamente i battenti. Secondo il rapporto annuale di Legambiente, “Nevediversa 2025: Una nuova montagna è possibile?”, il numero degli impianti dismessi ha raggiunto quota 265, un dato raddoppiato negli ultimi cinque anni. La situazione più critica si registra in Piemonte, con 76 impianti chiusi, seguito da Lombardia (33), Abruzzo (31) e Veneto (30). A questi si aggiungono 112 impianti temporaneamente chiusi e 128 che operano in modo intermittente, spesso a causa della mancanza di neve o delle difficoltà economiche nella gestione.

L’aumento delle temperature e la riduzione delle precipitazioni nevose hanno messo in ginocchio un settore che dipende fortemente da condizioni climatiche stabili. Le stazioni sciistiche a bassa quota sono le più colpite, con molte che non riescono più a garantire stagioni sufficientemente lunghe per essere economicamente sostenibili.

Secondo il report, in Italia sono attualmente 165 i bacini di innevamento artificiale individuati attraverso immagini satellitari. Di questi, quasi la metà (60) si trova in Trentino-Alto Adige, mentre altri 46 sono distribuiti equamente tra Lombardia e Piemonte. La Valle d’Aosta ne conta 14, che, pur essendo in minor numero, si distinguono per estensione, occupando complessivamente 871.832 mq su un totale nazionale di 1.896.317 mq.

Tuttavia, questa strategia di innevamento artificiale ha un costo significativo, con un impatto diretto sui prezzi delle vacanze in montagna. Secondo le stime di Federturismo, i rincari colpiscono diversi settori: gli hotel registrano un aumento del 5,1%, le scuole di sci del 6,9% e i servizi di ristorazione dell’8,1%. Questi incrementi rendono sempre più proibitivo l’accesso alla montagna per chi non può permettersi spese elevate. In media, una settimana sulla neve costa a un adulto circa 1.453 euro, mentre una famiglia con un figlio deve affrontare una spesa di circa 3.720 euro.

Un modello non più sostenibile

Secondo Legambiente, la crisi del turismo sciistico è sintomo di un modello economico ormai superato. La forte dipendenza dagli impianti di risalita e dai cannoni sparaneve si scontra con i cambiamenti climatici in atto, rendendo necessaria una riconversione delle aree montane verso modelli turistici più sostenibili.

Il rapporto evidenzia la necessità di investire in alternative al turismo invernale tradizionale, puntando su attività che valorizzino il territorio in tutte le stagioni, come l’escursionismo, il cicloturismo e il turismo enogastronomico. Alcuni comprensori già dismessi si stanno reinventando come parchi naturalistici o centri dedicati ad attività outdoor meno impattanti.

La risposta delle istituzioni

Nonostante la crescente consapevolezza della crisi, le istituzioni italiane faticano a proporre soluzioni concrete. Molti comuni montani, dipendenti economicamente dal turismo sciistico, chiedono aiuti governativi per il mantenimento degli impianti, ma gli esperti suggeriscono che tali investimenti potrebbero essere destinati a progetti più lungimiranti.

Il futuro delle montagne italiane

La transizione verso un nuovo modello di turismo montano è una sfida che richiede collaborazione tra enti locali, investitori privati e comunità. Mentre alcune località hanno già intrapreso la strada della riconversione, altre continuano a resistere al cambiamento, sperando in un ritorno alla “normalità” pre-crisi. La vera sfida sarà trasformare la crisi in opportunità, costruendo un futuro in cui la montagna non sia solo sinonimo di sci, ma di un turismo più equilibrato e sostenibile.