Il violento terremoto di magnitudo 7.7 che ha colpito il Myanmar il 28 marzo 2025 ha messo in evidenza un fenomeno geotecnico tra i più insidiosi: la liquefazione del suolo. Questo processo, ampiamente documentato durante l’evento sismico, ha aggravato in maniera sostanziale l’entità dei danni, contribuendo a crolli, deformazioni del terreno e perdite di vite umane.
Durante le scosse, il comportamento del terreno ha mostrato segni inequivocabili di instabilità. In diverse aree, si sono osservate fuoriuscite improvvise di acqua dal suolo, un segnale tipico dell’aumento della pressione interstiziale all’interno di materiali granulari saturi. Questa pressione, scatenata dalle vibrazioni sismiche, ha temporaneamente trasformato porzioni di terreno solido in masse semi-liquide prive di capacità portante. Di conseguenza, numerosi edifici costruiti su questi terreni hanno subito cedimenti delle fondamenta, con inclinazioni, sprofondamenti o collassi totali. L’instabilità ha inoltre provocato modifiche permanenti al paesaggio: frane, deformazioni superficiali e subsidenze hanno reso inagibili intere porzioni di territorio.

Le caratteristiche geologiche del Myanmar hanno amplificato questi effetti. Il paese è attraversato dalla Faglia di Sagaing, una delle strutture tettoniche più attive della regione, lungo la quale si accumulano elevate tensioni sismiche. A rendere il terreno ancora più vulnerabile alla liquefazione sono i depositi alluvionali e le sedimentazioni fluviali poco consolidate, ricche di sabbie e limi saturi d’acqua. In queste condizioni, anche un evento sismico di durata relativamente breve può innescare un collasso meccanico del suolo.
La liquefazione è stata causata da una combinazione di fattori interconnessi. Innanzitutto, le forti vibrazioni sismiche hanno indotto un riarrangiamento delle particelle del suolo, riducendo la pressione effettiva e quindi la resistenza del materiale. Questo fenomeno è particolarmente accentuato nei terreni non coesivi, dove la presenza d’acqua tra le particelle aumenta rapidamente la pressione nei pori. Inoltre, le condizioni di saturazione del suolo – legate alla natura idrogeologica del territorio – hanno favorito il comportamento fluido del terreno. In molti casi, anche la natura non drenata di questi depositi ha impedito la dissipazione della pressione interna, rendendo più repentina e violenta la transizione da stato solido a liquido.
Non va infine trascurato il ruolo delle attività antropiche. L’urbanizzazione su terreni instabili, gli scavi non controllati, le modifiche al livello delle falde e l’utilizzo di riempimenti artificiali hanno spesso alterato l’equilibrio naturale dei suoli, predisponendoli al collasso in caso di terremoto.
Le conseguenze della liquefazione sono state drammatiche: migliaia di edifici distrutti, infrastrutture compromesse e una stima di oltre 2.000 vittime. Il disastro in Myanmar sottolinea l’urgenza di una pianificazione urbanistica attenta alla geologia locale e di strategie costruttive resilienti, specialmente in contesti esposti a sismicità elevata e caratterizzati da terreni saturi e sciolti. La tragedia dimostra che la conoscenza del comportamento del suolo in condizioni estreme non è solo una questione tecnica, ma un elemento essenziale per la sicurezza collettiva.