”È proprio questo il periodo più pericoloso per le valanghe sopra i 2000 metri di quota, sia sull’arco alpino che in Appennino. La neve, così candida, è una ‘tigre travestita d’agnello’ ma le valanghe hanno un tasso di mortalità del 50% contro lo 0,01% degli incidenti stradali”. Lo sottolinea all’Adnkronos il colonnello Vincenzo Romeo, fino a gennaio e per oltre trent’anni a capo del servizio Meteomont dei Carabinieri. Da esperto nivologo, oggi è professore di Gestione del rischio valanghe nel corso di Scienze della montagna che l’università della Tuscia ha incardinato a Rieti nei pressi del monte Terminillo.
Romeo non è sorpreso dal numero di valanghe, anche dagli esiti mortali, verificatesi proprio negli ultimi giorni. ‘‘All’origine di tutte – spiega il Professor Romeo – ci sono una serie di fattori meteo e climatici che sono tipicamente prodromici all’aumento del rischio valanghe: le ultime nevicate, la neve umida, la neve ‘ventosa’ e l’escursione termica della stagione che non porta le temperature abbastanza sottozero e abbastanza a lungo. Gli ultimi episodi sono avvenuti sui fronti a nord, quindi freddi, dove si era depositata una neve portata dai venti da sud, quindi una neve umida che, posandosi su quella precedente già più compatta e magari ghiacciata, ha creato uno strato superficiale fragile di neve scivolosa che non aveva aderito alla sottostante per via delle temperature non troppo rigide. In una situazione così, basta un solo passaggio con gli sci per smuoverla e far venire giù tutto. E non va dimenticato che proprio negli ultimi giorni – fa notare ancora Romeo – i venti da sud, quindi umidi, hanno spazzato l’intera penisola, da nord a sud”.
L’importanza delle allerte
”La presenza di tutti questi fattori dovrebbe far sì che anche gli scialpinisti più avveduti ed esperti debbano porre la massima attenzione. Perché non basta leggere il bollettino valanghe, che è naturalmente sempre una buona cosa, anche se non tutti hanno purtroppo questa sana abitudine, ma anche saperlo leggere e interpretare”, avverte il professore.
Romeo spiega che la scala di rischio valanghe, per esempio, non è una scala lineare: ‘‘in tutta Italia, l’allerta era di livello 3 su una scala di 5. Basta controllare i bollettini Aineva. Ma 3 non indica un rischio medio o moderato proprio perché sta nel mezzo come molti potrebbero pensare, bensì un rischio molto più elevato. Il passaggio da rischio 2 a 3 è infatti esponenziale, non aritmetico”.
‘‘Posto che i livelli 4 e 5 sono condizioni praticamente impossibili per fare scialpinismo in quota – aggiunge Romeo – va da sé che il 3 dovrebbe essere considerato l’allarme standard e quindi implicare la massima attenzione o anche la rinuncia. Anche saggiare empiricamente la neve prima di scendere, ci sono dei kit appositi, può essere utile, ma anche qui si torna al punto di partenza che è dato dalla conoscenza che è figlia di un’attitudine alla prudenza e alla prevenzione: chi fa scialpinisimo dovrebbe informarsi e conoscere, forse anche studiare, per poter sapere quali sono le condizioni in cui può farlo e quando no. E anche scegliere su quale montagna farlo, perché non tutte sono uguali e rispondono agli stessi fattori allo stesso modo. La Forcella Giau di Selva di Cadore, per esempio, ha una pendenza notevole che ha aumentato il grado di rischio di scivolamento della massa nevosa e quindi anche della velocità con cui la valanga è venuta giù”.
