Da un mese e mezzo nell’Italia meridionale, si susseguono quotidianamente scossa di terremoto di magnitudo non indifferente, e soprattutto nell’ultima settimana questo trend è diventato una vera e propria escalation con numerose scosse di magnitudo superiore a 4 che hanno scatenato il panico in molte località: dai Campi Flegrei a Reggio Calabria, passando per il Gargano, Trapani e le isole Egadi, ieri Catanzaro e oggi anche Potenza. Per approfondire questa situazione abbiamo intervistato Gianluca Valensise, ricercatore dell’INGV, tra i più importanti sismologi italiani, che già a inizio febbraio, poco più di un mese fa, aveva contestualizzato ai microfoni di MeteoWeb la ripresa di una certa sismicità dopo un lungo e anomalo periodo di quiete sismica.
Iniziamo dalla fine, e cioè da Potenza dove questa mattina abbiamo avuto questo terremoto di magnitudo 4.2.
“Quello di oggi a Potenza – esordisce Valensise – non è un terremoto inatteso. I potentini sentono spesso terremoti, anche con epicentro vicino alla città come quello odierno. Sicuramente alle persone più avanti in età la scossa di oggi ha ricordato la sequenza sismica di maggio 1990 che è durata oltre un anno. È stato un tipico sciame sismico, da manuale, con una magnitudo massima intorno a 5 dopo una serie di scosse piccole o molto piccole per un lungo periodo che può durare mesi o addirittura anni. Quello fu un terremoto particolare da cui abbiamo imparato molto, perché fu un terremoto trascorrente, in cui cioè non c’è né un allungamento né un accorciamento, ma un movimento relativo di due blocchi crostali sul piano orizzontale: un meccanismo analogo a quello della famosa faglia di San Andreas, che però è enormemente più lunga di quella di Potenza“.
Di che si tratta? Cos’è un terremoto trascorrente?
“Noi in Italia lo abbiamo scoperto proprio con il terremoto del 1990 a Potenza, e poi lo abbiamo rivisto a San Giuliano di Puglia nel 2002: abbiamo imparato sotto l’Appennino meridionale esistono strutture sismogenetiche orientate circa est-ovest, trascorrenti e profonde. In sostanza è come se ci fossero due tettoniche attive: una sotto, a profondità di 15-25 km, e una sopra, più vicina alla superficie. Al “piano di sotto”, chiamiamolo così, dove s’è verificato il terremoto di Potenza del 1990, abbiamo i terremoti trascorrenti. Al “piano di sopra” troviamo invece la tettonica tipica dell’Appennino, che è estensionale e ha generato, ad esempio, il grande terremoto del 1980 in Irpinia. È come se ci fossero due meccanismi che si sovrappongono e che tra di loro in qualche misura si ignorano. Al “piano di sotto” registriamo la spinta della placca Africana verso la placca Europea; al “piano di sopra” invece vediamo quello che succede come effetto della costruzione dell’edificio Appenninico; capire come possano coesistere questi due mondi parzialmente indipendenti è complicato anche per noi. Questa sovrapposizione genera terremoti di natura e tipologia differente per il meccanismo focale: quelli del piano superiore sono terremoti estensionali, quelli del piano inferiore sono trascorrenti. Quelli di sopra hanno magnitudo più forti rispetto a quelli di sotto, almeno nei tempi recenti, nell’ultimo secolo. Ma dalla storia è difficile capire se un terremoto antico si è originato sopra o sotto“.
Meglio, quindi, terremoti trascorrenti: essendo più profondi, fanno meno danni…
“Certo, i terremoti profondi fanno meno danno proprio per la profondità in sé, anche se vengono avvertiti a distanze molto più vaste perché le onde sismiche si propagano maggiormente nello spazio mentre risalgono verso superficie e disperdono l’energia. Il terremoto di Potenza del 1990 fu avvertito in tutto il Centro/Sud ma non ha fatto danni seri neanche nell’area epicentrale, proprio perché era profondo. Al contrario, i terremoti causati dalle faglie estensionali – o normali – sono più superficiali e quindi fanno danni maggiori nelle zone epicentrali, anche se vengono avvertiti a distanze di gran lunga minori. Diciamo che un terremoto profondo difficilmente farà danni gravi ma sicuramente sveglierà moltissime persone; al contrario, un terremoto superficiale può essere molto più dannoso nella zona epicentrale, ma tende a propagarsi a minor distanza. La speranza è che i terremoti siano sempre profondi affinché non ci siano conseguenze in termini di danni; il fatto poi che i cittadini li avvertano anche a grandi distanze non è un elemento negativo, anzi; aiuta la comunità a ricordare che nel mondo ci sono anche i terremoti, e quindi a tenere sempre viva la necessaria consapevolezza su questo tema”.
Fortunatamente è stato relativamente profondo anche il terremoto più forte di questi ultimi giorni, quello di magnitudo 4.7 sul Gargano.
“Per fortuna è stato abbastanza profondo, ed è stato in mare, a 10km da un’area costiera non molto abitata, quella del lago di Lesina, e a circa 15 km dalle isole Tremiti. Se un terremoto di questa magnitudo fosse accaduto in una area molto urbanizzata e in superficie, avrebbe causato molta paura e forse anche qualche danno. Ma anche questa scossa ci regala uno spunto di riflessione interessante”.
Di che si tratta?
“Secondo un luogo comune, la Puglia non sarebbe una regione sismica. E se è vero in parte che alcune aree della Puglia centro-meridionale, soprattutto il Salento, non siano zone molto sismiche (ma comunque possono risentire dei forti terremoti che si verificano tanto sulle coste joniche della Grecia quanto sull’Appennino meridionale), questo è completamente falso per la zona del Gargano, che invece è sismica eccome. Non è un caso che le isole Tremiti si chiamano così. Si chiamano Tremiti perché tremano a causa dei terremoti: è una zona in cui si possono verificare terremoti forti e anche frequenti. Come quello della scorsa settimana, appunto”.
C’è grande paura a Catanzaro: ieri un terremoto 3.4 durante uno sciame con oltre 200 scosse nell’ultimo mese. Sono state persino evacuate le scuole e gli uffici.
“Terremoti come quelli di questi giorni a Catanzaro sono frequenti in Calabria e non ci sorprendono. È notorio che questa è una zona ad alta pericolosità sismica; qui sono avvenuti alcuni dei terremoti più forti della storia d’Italia. Il 28 marzo 1783 a Catanzaro c’è stato un terremoto devastante, di magnitudo 7,che ha chiuso la drammatica sequenza sismica della Calabria iniziata il 5 febbraio 1783 nella piana di Gioia Tauro. Quella scossa del 5 febbraio ha causato un disastro assoluto nel reggino, com frane nelle fiumare e drammatiche ripercussioni anche sanitarie, mentre la scossa del 28 marzo a Catanzaro ha colpito una zona, tra il capoluogo e Girifalco, che all’epoca era poco abitata. Forse è in parte finita in un cono d’ombra della memoria storica, sovrastata dai danni e dalle devastazioni causate dalla scossa del 5 febbraio e da quella del giorno successivo, che ha anche provocato il famoso tsunami di Scilla per la frana del monte Pacì. Ma significa che terremoti di magnitudo 7 si possono verificare anche a Catanzaro, quindi non c’è nulla da sorprendersi. Tutta la Calabria ha una pericolosità sismica elevata; è la Regione in cui abbiamo avuto i terremoti più forti e distruttivi della storia”.
Il più recente è stato quello del 1908 nello Stretto di Messina, e la terra ha tremato anche qui nei giorni scorsi, a Reggio Calabria, con la scossa di giovedì sera a Punta Pellaro.
“Non è stato un terremoto particolarmente forte, ha avuto magnitudo 3.5, ma è stato avvertito con particolare intensità nella zona di Pellaro e nella parte opposta dello Stretto, nella zona meridionale di Messina. Non c’è molto da aggiungere sulla sismicità dello Stretto, che è un’area simbolo per gli studi della sismicità in Italia e per la pericolosità sismica, e non è pensabile che chi abita nello Stretto non sappia di vivere in una zona molto particolare, ad alto rischio”.
Eppure giovedì sera a Reggio ci sono state scene di panico.
“Servirebbe maggiore consapevolezza. Vivere in una zona ad alta pericolosità e alto rischio sismico non significa solo aspettarsi possibili scosse devastanti come quella del 1908, ma significa anche fare i conti con i terremoti minori, che sono molto più frequenti. Per fortuna i terremoti forti sono rari, anche millenari, quindi non è detto che a tutte le generazioni capiti la catastrofe anzi, è estremamente improbabile. Ma dopo il 1908 nello Stretto ci sono stati tanti altri terremoti: basti pensare a quello del 16 gennaio 1975 con epicentro proprio nello Stretto, tra Reggio Calabria e Messina. Fu una scossa di magnitudo 4.8 che provocò tanti danni e anche sei morti, oltre a numerosi feriti. E per fortuna è stato anche quello un terremoto relativamente, altrimenti le conseguenze sarebbero state ben peggiori. Anche quella è stata una bella sveglia per la cittadinanza, per ricordare che la pericolosità sismica è comunque alta, a causa non solo di forti terremoti che sono rarissimi ma anche di terremoti di magnitudo intermedia. Se le case non sono antisismiche, anche un terremoto di magnitudo 5 può dare problemi seri. E i terremoti di magnitudo 5 sono molto più frequenti di quelli distruttivi. Sono un po’ come la pioggia a marzo: ci può essere o non essere. Un forte terremotocome quello del 1908 richiederà molti secoli per succedere nuovamente, perché la faglia che lo ha generato si deve “ricaricare”, ma quelli relativamente minori, e intendo anche di magnitudo 5, avvengono in maniera totalmene imponderabile”.
La sera successiva abbiamo avuto un altro terremoto superiore a magnitudo 4 al Sud, alle isole Egadi: a Trapani c’è tata grande paura. Non mi dica che non ha qualcosa di particolare da dirci anche su questo.
“In realtà questo è il terremoto più curioso e particolare di tutta la serie, perché la zona in cui s’è verificato non è molto sismica. Siamo alle isole Egadi, vicino Favignana, nell’estremità occidentale della Sicilia. La sismicità della Sicilia occidentale non è particolarmente elevata, ma le aree marginali in mare aperto risentono del fatto che in epoca storica non era facile localizzare i terremoti. La gente avvertiva una scossa ma non si sapeva bene dove era stato l’epicentro. Forse con il passare degli anni e dei decenni, potremo classificare meglio la sismicità di quest’area”.
Non abbiamo ancora parlato dei Campi Flegrei: tante persone ci chiedono in Redazione se la scossa di Potenza o quella del Gargano o persino quelle di Catanzaro, Reggio Calabria e Trapani, sono collegate a quello che sta succedendo a Pozzuoli.
“Assolutamente no, questi terremoti non hanno nulla a che fare con quello che sta succedendo ai Campi Flegrei. Quello è un mondo a parte, sono scosse legate al complesso vulcanico e non risentono di quello che succede in altre zone. C’è una dinamica locale che li giustifica, quella chiamata comunemente “bradisisma”: il continuo sollevamento di tutta l’area, dovuto alla pressione dei fluidi nel sottosuolo, fa cedere la crosta e crea questi terremoti, che svolgono la funzione ridurre la pressione del sottosuolo, che in prospettiva è un fatto positivo. Non si commetta l’ingenuità di pensare che tutti i terremoti sono collegati, soprattutto se sono delle dimensioni di quelli di cui stiamo parlando oggi: non lo sono, esistono e basta. Sia i vulcani attivi che le faglie attive generano sismicità, fa tutto parte della normalità. Non ha alcun senso scientifico forzare collegamenti che non esistono”.
Quindi neanche gli altri terremoti di questi giorni al Sud sono collegati tra loro?
“Assolutamente no, sono tutti terremoti indipendenti. In questi giorni abbiamo tutti questi terremoti al Sud dopo un lungo, lunghissimo periodo di calma piatta in cui c’erano state pochissime scosse per molti mesi, quasi un anno, nel corso del 2024. E quello era forse più anomalo di questo periodo di così intenso. Queste scosse non devono sorprendere più di tanto perché terremoti di queste dimensioni avvengono in maniera casuale. Si possono osservare concentrazioni in alcuni periodi in una determinata zona, e altri in altre senza che ci siano particolari spiegazioni. Non sono terremoti che si sono innescati tra di loro come succede con i terremoti più forti quando può capitare che ai bordi delle faglie che hanno generato la prima forte scossa, poi si verificano altri terremoti intensi come accaduto proprio tra febbraio e marzo 1783 in Calabria. Ma i terremoti di magnitudo 3 o 4 non sono in grado di trasmettere sforzo alle faglie adiacenti, sono tutti terremoti indipendenti. Si potrebbe speculare su meccanismi che ancora nessuno ha ben compreso rispetto al fatto che tutto il sistema geodinamico dell’Italia meridionale potrebbe aver dato un’accelerazione che poi si manifesta in vari punti, ma non è opportuno avventurarsi su ciò che ancora non è chiaro”.
È da nove anni che in Italia non si verifica un forte terremoto, di magnitudo 5.5 o superiore: dobbiamo preoccuparci?
“La preoccupazione è relativa e dipende da molti fattori, e se siamo preoccupati per un terremoto significa innanzitutto che non siamo tranquilli e sicuri della stabilità e della sicurezza degli edifici in cui viviamo o lavoriamo. In ogni caso, previsioni non se ne possono fare ma la statistica ci dà indicazioni interessanti. Questi terremoti di magnitudo intorno a 4 di questi giorni, di per sé non rappresentano nulla se non un’oscillazione statistica: hanno deciso di concentrarsi in questa settimana e basta. Ma sullo sfondo resta il fatto che in Italia rispetto alla statistica dei terremoti forti, diciamo da magnitudo 5.5 in su, siamo in netto ritardo. L’ultimo è stato proprio quello del Centro Italia nel 2016, sono passati appunto quasi nove anni, abbiamo una statistica molto precisa realizzata sul periodo della storia sismica ben noto, dal 1861 al 2011, in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia. In quel periodo storico molto ben documentato della storia italiana abbiamo avuto terremoti con danni seri, quindi di magnitudo superiore a 5.5/5.8, con una cadenza tra i 4 e i 5 anni. Ovviamente come tutte le medie è soggetta a forti oscillazioni, ma quando da 4,5 di media si arriva a 9 anni, purtroppo bisogna prepararsi al fatto che qualcosa succederà nei prossimi mesi o, se saremo fortunati, entro qualche anno. Sappiamo quali sono le zone sismiche italiane, non abbiamo la minima idea di dove potrebbe essere il prossimo forte terremoto, chiunque affermi il contrario non lo fa su basi scientifiche, e quindi bisogna essere preparati in tutte le zone in cui la sismicità può essere disastrosa”.
Con l’occasione dell’intervista, è interessante osservare come oggi l’INGV abbia ricalcolato le magnitudo esatte dei terremoti dei giorni scorsi al Sud. La scossa del 13 marzo ai Campi Flegrei è stata in realtà di magnitudo 4.6 (e non 4.4, come comunicato inizialmente), quindi è stata la più forte dall’inizio del bradisisma in atto. Quella di giovedì sera nello Stretto di Messina è stata di magnitudo 3.5 e non 3.4 come comunicato inizialmente. Confermate, invece, le magnitudo del terremoto del Gargano (4.8), delle isole Egadi (4.1), di Catanzaro (3.4) e di Potenza (4.2), anche se il ricalcolo avviene con qualche giorno di ritardo dopo l’analisi dei dati approfonditi quindi non è da escludere che almeno per le scosse di ieri (Catanzaro) e oggi (Potenza) arrivi qualche piccolo aggiustamento nei prossimi giorni.
