Clima, la CO₂ cresce 30 volte più in fretta del passato: l’allarme degli scienziati

I livelli di anidride carbonica hanno superato i 420 ppm per la prima volta in milioni di anni, crescendo a una velocità mai registrata nella storia umana. Un segnale chiaro del ruolo delle attività antropiche nel cambiamento climatico

Per gran parte della storia recente del pianeta, i livelli di anidride carbonica (CO₂) nell’atmosfera sono rimasti entro una soglia relativamente stabile. Le analisi delle bolle d’aria intrappolate nei ghiacci antartici rivelano che, negli ultimi 800.000 anni, la concentrazione si è mantenuta tra 170 e 300 parti per milione (ppm), oscillando in armonia con i cicli glaciali e interglaciali. Tuttavia, a partire dalla Rivoluzione Industriale, questa stabilità ha lasciato spazio a una crescita repentina e continua, fino a superare i 400 ppm nel 2016 e oltrepassare recentemente i 420 ppm. Un valore mai raggiunto in epoche recenti, né tanto meno compatibile con il contesto climatico e biologico in cui si è sviluppata la civiltà umana.

La velocità con cui è avvenuto questo cambiamento rende il fenomeno ancora più allarmante. Negli ultimi 800.000 anni, l’aumento naturale più rapido della CO₂ è stato di circa 15 ppm in 200 anni. Oggi, lo stesso incremento si verifica in appena sei anni. Un’accelerazione mai registrata prima, che non trova corrispettivi nei ritmi naturali del passato e che riflette con estrema chiarezza l’impatto delle attività antropiche. L’uso massiccio di combustibili fossili, l’industria, i trasporti e le trasformazioni del territorio sono le principali fonti di questo squilibrio, che sta spingendo il sistema climatico globale verso scenari sempre più critici.

Livelli CO2 e gas serra

Guardando più indietro nel tempo, gli scienziati hanno identificato solo poche fasi geologiche in cui la CO₂ atmosferica era comparabile o superiore agli attuali livelli. Circa 14-16 milioni di anni fa, ad esempio, durante il Miocene, le concentrazioni si avvicinavano a quelle odierne. All’epoca, però, la Groenlandia era priva di ghiacci, i livelli del mare erano molto più elevati e le temperature medie globali decisamente superiori. Si trattava di un mondo completamente diverso, non confrontabile con il delicato equilibrio ambientale che ha caratterizzato l’epoca dell’Homo sapiens.

Se ci si spinge ancora più indietro, fino a decine o centinaia di milioni di anni fa, emergono periodi in cui la CO₂ ha raggiunto livelli molto più elevati. Durante l’Eocene, circa 50 milioni di anni fa, si stima che le concentrazioni sfiorassero i 1.600 ppm, in un clima caldo e privo di ghiacci polari. Ancora prima, nel Devoniano e nel Triassico, i livelli avrebbero toccato i 2.000 ppm. Ma in quei periodi il pianeta era popolato da ecosistemi radicalmente diversi, con una fauna e una flora adattate a condizioni estreme, e nessuna presenza umana.

Nel confronto con il passato geologico, quindi, l’eccezionalità del presente non risiede solo nei valori assoluti della CO₂, ma soprattutto nella rapidità del cambiamento e nella fragilità del sistema che ne è investito. Mai prima d’ora, nella storia dell’umanità, ci si è trovati a vivere in un’atmosfera tanto ricca di anidride carbonica. L’equilibrio climatico su cui si è fondata la crescita delle civiltà – dall’agricoltura alle città – si è sempre mantenuto entro margini molto più contenuti.

L’attuale livello di CO₂ non rappresenta solo un dato da laboratorio, ma un indicatore chiave della crisi climatica in atto. La sua crescita continua è direttamente legata all’aumento delle temperature globali, allo scioglimento dei ghiacci, all’innalzamento del livello dei mari e all’intensificarsi di eventi meteorologici estremi. Intervenire ora, rallentare le emissioni e favorire la transizione energetica, è essenziale per evitare che questo squilibrio diventi irreversibile.