Ricostruire dopo il terremoto: la geoetica della delocalizzazione nell’area dell’Etna

Etna, ricostruzione post-terremoto: il piano di delocalizzazione ed il dialogo con i cittadini, il focus INGV
Esempio di fagliazione superficiale sul pavimento e sulle fondazioni di un edificio situato in Zona di Rispetto (ZRFAC), che è stato delocalizzato
Mappa vulcano-tettonica dell’Etna che mostra la distribuzione spaziale delle principali faglie e delle fessure eruttive degli ultimi duemila anni (modificato da Neri e Neri, 2024). Sono evidenziati la colata lavica del 2018 e il terremoto Mw 4.9 del 26/12/2018 (stella bianca e meccanismo focale) generato dalla Faglia Fiandaca (FF). Le frecce gialle indicano la direzione di movimento dei fianchi instabili del vulcano. PFS = Sistema di faglie della Pernicana; RFS = Sistema di faglie di Ragalna; ARF = Faglia Acireale; ACF = Faglia di Aci Catena; APF = Faglia di Aci Platani; VdB =Valle del Bove. Le aree urbane sono indicate in grigio. L’area drappeggiata centrale con vari colori rappresenta la deformazione del suolo desunta dall’interferogramma in linea di vista (LOS) generato da coppie di dati satellitari Sentinel-1 acquisiti il 22 e il 28 dicembre 2018 (modificato da De Novellis et al. 2019).
Pianificazione della ricostruzione in corrispondenza e in prossimità di faglie attive e capaci (FAC). Gli edifici indicati con (a), (b) e (c) non vengono né riparati né ricostruiti, poiché situati all’interno della Zona di Rispetto (ZRFAC); essi rientrano nel piano di delocalizzazione e possono essere ricostruiti in un luogo più sicuro. Per quanto riguarda gli edifici (d) situati in Zona di Suscettibilità (ZSFAC), è possibile procedere alle riparazioni a condizione che i progetti siano accompagnati da studi geologici approfonditi che dimostrino l’assenza di faglie a una distanza di almeno 30 metri dall’edificio (modificato da Neri e Neri, 2024).
Stralcio della mappa che illustra il piano di delocalizzazione riguardante una parte dell’area urbana di Aci Platani. Gli edifici da delocalizzare sono indicati in verde, situati nella Zona di Rispetto della faglia indicata dalla linea rossa. Le linee azzurre rappresentano fratturazioni minori dei terreni. Gli edifici delocalizzati sono stati già demoliti; in quelle aree liberate dalle macerie il Comune di Acireale sta già realizzando dei parcheggi con fondi del Commissario straordinario, trasformando un’area pericolosamente soggetta a continui crolli in una risorsa per la collettività
Orlo di frana sismo-indotta in corrispondenza dell’affioramento di una faglia che attraversa una strada nel villaggio di Fleri, ribassandola e traslandola verso est (a sinistra nella foto) di alcuni centimetri. Quando questi danni vengono riparati per il ripristino della viabilità, la percezione del potenziale pericolo dovuto all’esistenza della faglia diminuisce sensibilmente, venendo rapidamente dimenticata dalla comunità locale
Cedimento delle strutture portanti in cemento armato di un edificio costruito sopra un piano di faglia affiorante in superficie; l’edificio è stato successivamente delocalizzato. In corrispondenza dei pilastri danneggiati, il sistema di fondazione dell’edificio risulta tagliato dalla fagliazione superficiale. Chi è sopravvissuto all’esperienza di subire il sisma in costruzioni così gravemente danneggiate può rimanere permanentemente condizionato dal trauma, sviluppando paure che perdurano anche dopo che si è trasferito in zone sismicamente sicure

Il patrimonio urbanistico italiano, scrigno di storia e architettura, è spesso minacciato da terremoti. Tradizionalmente, la ricostruzione post-sisma predilige il “come era e dove era“, preservando la memoria culturale. Tuttavia, un recente approfondimento sul blog INGVterremoti, a cura di Marco Neri (INGV, Osservatorio Etneo, Struttura Commissariale Ricostruzione Area Etnea – Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo Italiano – Acireale) ed Emilia Neri (Psicologa e Psicoterapeuta – Aci Castello), solleva una questione cruciale: è sempre geoeticamente ed economicamente accettabile ricostruire in aree ad altissima pericolosità sismica, soprattutto quando gli edifici danneggiati non hanno particolare pregio?

Questa domanda si è posta con forza nella ricostruzione post-sisma del 2018, che ha colpito il fianco orientale dell’Etna con un terremoto di magnitudo Mw 4.9. Come spiegano Marco Neri ed Emilia Neri, la Struttura Commissariale per la ricostruzione ha adottato un approccio innovativo, basato su una dettagliata zonazione del territorio interessato dalle faglie attive. In particolare, per gli edifici situati nella “Zona di Rispetto (ZRFAC)”, ovvero l’area direttamente interessata dalla fagliazione del suolo, è stato elaborato un piano di delocalizzazione.

Questa scelta, come sottolineano gli autori, nasce dalla consapevolezza che ricostruire in tali zone esporrebbe gli edifici a un rischio inaccettabile di futuri danni. “È stato elaborato un piano di delocalizzazione […] per garantire la sicurezza dei cittadini e per evitare di impiegare risorse per la ricostruzione di edifici fortemente a rischio di crollo nel giro di pochi anni o decenni“, evidenziano Marco Neri ed Emilia Neri.

Il piano prevede un contributo economico per i proprietari degli immobili da delocalizzare, offrendo loro la possibilità di acquistare o costruire nuove abitazioni in aree più sicure. Un aspetto importante evidenziato nell’articolo pubblicato sul blog INGVterremoti è l’impatto psicologico della delocalizzazione, che può essere percepita come una perdita economica e sociale. Per questo, sono state previste compensazioni per le comunità che rimangono, con la riqualificazione delle aree liberate attraverso la creazione di spazi pubblici.

Le reazioni della popolazione sono state diverse, oscillando tra l’accettazione e la strenua opposizione, spesso legata a una sottovalutazione del rischio o a un forte attaccamento al luogo. Come osservano gli autori, “abbiamo appurato che, spesso, questa decisione viene adottata sulla base di una mancanza di sufficienti informazioni: molte persone non sono consapevoli della elevata pericolosità del paesaggio geologico italiano ed in particolare delle regioni vulcaniche attive quali quelle etnee“.

Nonostante le difficoltà, l’approccio della delocalizzazione per gli edifici più a rischio si configura come una strategia geoeticamente condivisibile, tanto da essere adottata, con gli opportuni adattamenti, anche in altre aree colpite da terremoti in Italia. Come concludono Marco Neri ed Emilia Neri, “questo approccio alla ricostruzione post-sisma rappresenta, quindi, un modo nuovo, che noi riteniamo logico e geoeticamente condivisibile di pianificare la ripresa socio-economica di aree urbane colpite da fenomeni di fagliazione superficiale in Italia e nel mondo“.