Il Veneto continua a fare i conti con nubifragi intensi e localizzati che, sempre più spesso, trasformano in poche ore interi quartieri e campagne in vasche d’acqua. Anche ieri, una sequenza di temporali lenti e autorigeneranti ha scaricato al suolo quantitativi di pioggia eccezionali, causando nuovi allagamenti e danni diffusi. Ma davvero tutto si riduce alla mancanza di manutenzione?
Pioggia estrema su aree limitate: un pattern che si ripete
Non si è trattato di una pioggia qualsiasi. Le stazioni meteorologiche hanno registrato cumulate superiori ai 100 mm in poche ore, con picchi di oltre 60 mm in soli 60 minuti. Valori di questo tipo non sono più rari eventi secolari, ma si stanno facendo drammaticamente frequenti.

A colpire è la distribuzione: si tratta di fenomeni circoscritti, che colpiscono aree molto ristrette con violenza selettiva, lasciando a pochi chilometri di distanza cieli quasi sereni. Un comportamento sempre più tipico dei temporali odierni, alimentati da un’atmosfera instabile e ricca di energia.
Il solito capro espiatorio: la manutenzione del territorio
Dopo ogni evento meteorologico estremo, si riaccende immancabilmente il dibattito pubblico sulla manutenzione dei corsi d’acqua, delle fogne e del reticolo idrografico. Un tema certamente importante, che però rischia di diventare un alibi comodo per non affrontare la questione centrale: il cambiamento climatico in atto.
La verità è che nemmeno una gestione perfetta del territorio sarebbe sufficiente a contenere eventi di questa intensità. Anche in presenza di infrastrutture moderne e pienamente funzionanti, una pioggia da 100 mm in due ore mette in crisi qualsiasi sistema di drenaggio urbano, ovunque, non solo in Italia.
Cambiamento climatico: la vera origine del problema
Chi continua a negare l’impatto del clima mutato sulle nostre città, rifugiandosi in una retorica fatta di “tombini ostruiti” e “canali non puliti”, ignora volutamente i dati. La frequenza con cui si verificano episodi estremi non è più compatibile con l’idea di “normalità”. Lo dice la statistica, non l’opinione personale.
Parlare solo di manutenzione significa ridurre un problema strutturale e globale a una questione locale e tecnica, come se bastasse uno spurgo in più per evitare tragedie.
È il territorio che va ripensato, non solo mantenuto
Nessuno mette in dubbio che un territorio ben curato sia fondamentale. La manutenzione è necessaria, va potenziata, deve essere programmata con criterio. Ma non è sufficiente. Non più.
Serve un cambio di paradigma. Occorre restituire spazio all’acqua, riconoscere che certi eventi non possono essere “contenuti” ma solo accompagnati, prevenuti nella loro intensità attraverso una nuova pianificazione urbanistica e idraulica.
Canali scolmatori, aree di laminazione, soluzioni basate sulla natura e sull’adattamento climatico: sono queste le risposte moderne a un clima che non è più quello di una volta.
Uscire dalla trappola del negazionismo tecnico
È ora di superare i falsi dibattiti e guardare in faccia la realtà: il clima è cambiato, e continuerà a cambiare. Di fronte a questa evidenza, minimizzare, negare o cercare capri espiatori locali non serve a nulla. Anzi, ritarda le azioni necessarie.
Serve consapevolezza, coraggio politico e soprattutto visione. Perché se non cambiamo noi, lo farà l’acqua. E non ci chiederà il permesso.