Quella sera di inizio estate, un’Italia spensierata si preparava ad affrontare le vacanze, ma un evento drammatico, destinato a rimanere indelebilmente impresso nella memoria collettiva, stava per avere inizio. Il protagonista, suo malgrado, era un bambino di 6 anni, Alfredo Rampi, la cui innocenza si scontrò violentemente con la crudeltà del destino.
Alfredino, come lo chiamavano tutti, era caduto in un pozzo artesiano a Vermicino, una località rurale alle porte di Frascati, vicino Roma. Un pozzo strettissimo, profondo circa 80 metri, con un diametro di soli 28 cm: una trappola mortale che si era aperta sotto i suoi piedi. La notizia, inizialmente confinata alle cronache locali, divenne in poche ore un caso nazionale, catalizzando l’attenzione e la speranza di milioni di italiani.
Le prime ore furono concitate. I tentativi di recupero, improvvisati e disperati, si scontrarono subito con la difficoltà oggettiva di raggiungere il bambino, incastrato a circa 36 metri di profondità. Ogni minuto che passava aumentava l’angoscia, e con essa la crescente consapevolezza della gravità della situazione.
La televisione, in particolare la Rai, si trasformò in una finestra costante su Vermicino. Per giorni, gli italiani rimasero incollati agli schermi, seguendo in diretta i flebili suoni che provenivano dal pozzo, le voci dei soccorritori che cercavano di comunicare con Alfredino, i volti stravolti dei genitori, Franca e Ferdinando Rampi. Fu un’esperienza televisiva senza precedenti, un misto di cronaca nera, dramma umano e speranza che si trasformava in disperazione a ogni tentativo fallito.
La mobilitazione e la speranza appesa a un filo
Nei giorni successivi, Vermicino divenne un cantiere a cielo aperto. Vigili del Fuoco, speleologi, geologi, tecnici, volontari, e persino semplici cittadini si alternarono in una corsa contro il tempo per salvare Alfredino. Si tentò di tutto: calare funi, imbracature, persino un ragazzo più piccolo, Angelo Licheri, che si calò nel pozzo tentando disperatamente di afferrare il bambino. Ognuno con la sua tecnica, con la sua abilità, con la sua immensa voglia di contribuire.
La scena si fece sempre più surreale, con un via vai incessante di persone, mezzi, e una folla sempre più numerosa che assisteva in silenzio, quasi in preghiera. Il presidente della Repubblica Sandro Pertini si recò sul luogo, portando la solidarietà delle istituzioni a una famiglia e a una nazione intera che trattenevano il respiro.
Il tragico epilogo
Nonostante gli sforzi sovrumani, la speranza iniziò a svanire con il passare delle ore. Le condizioni di Alfredino peggiorarono, i suoi lamenti si fecero sempre più deboli, fino a scomparire del tutto. Il 13 giugno, la drammatica conferma: Alfredino Rampi era morto nel pozzo. Il suo corpicino, recuperato solo molte settimane dopo, il 10 luglio, segnò la fine di un incubo collettivo.
La tragedia di Vermicino non fu solo la morte di un bambino, fu uno spartiacque. Rivelò le lacune del sistema di soccorso dell’epoca, la necessità di coordinamento e di mezzi adeguati per affrontare emergenze complesse. Da quella dolorosa lezione nacque, in parte, la moderna Protezione Civile, un’organizzazione più strutturata e preparata a gestire eventi di questa portata.
Il 10 giugno 1981 rimarrà per sempre il giorno in cui l’Italia scoprì la fragilità della vita e la potenza dei media nel raccontare un dramma che, seppur lontano, si fece intimo e personale nelle case di milioni di persone.
