I risultati del test genetico effettuato su Imane Khelif durante i Mondiali di pugilato del 2023 a Nuova Delhi sono stati pubblicati per la prima volta, rivelando che la campionessa olimpica al femminile potrebbe essere biologicamente di sesso maschile. La vicenda, che ha sollevato polemiche internazionali, riaccende il dibattito sull’equità nello sport e sulla definizione del genere nelle competizioni femminili. Il documento, pubblicato dal sito statunitense 3 Wire Sports, indica che il cariotipo della pugile è XY, tipicamente maschile. Secondo il referto del laboratorio Dr Lal Path Labs – accreditato dal College of American Pathologists e certificato dall’Organizzazione Internazionale per la Standardizzazione – “l’analisi cromosomica rivela un cariotipo maschile”. La stessa analisi, condotta a marzo 2023, aveva già portato alla squalifica di Khelif da quei campionati.
Pressioni sull’IOC e accuse di insabbiamento
La pubblicazione del referto mette in seria difficoltà il Comitato Olimpico Internazionale (IOC). Il suo portavoce, Mark Adams, aveva infatti definito i risultati del test “non legittimi” e “ad hoc” durante una conferenza stampa ai Giochi di Parigi 2024. Ancora più duramente si era espresso il presidente Thomas Bach, parlando apertamente di una “campagna di disinformazione guidata dalla Russia”, vista la leadership della IBA sotto la presidenza di Umar Kremlev.
Conseguenze sportive e nuove regole
World Boxing, l’ente che gestirà ufficialmente il pugilato alle Olimpiadi di Los Angeles 2028, ha adottato una linea più rigida. Dopo il caso Khelif, ha annunciato che tutti gli atleti sopra i 18 anni dovranno sottoporsi a test genetici PCR per stabilire il sesso biologico, con analisi di saliva, sangue o tampone orale. Sebbene Khelif continui a dichiararsi determinata a competere e a conquistare un secondo oro olimpico, la sua inidoneità a gareggiare nella categoria femminile è stata confermata, salvo ulteriori verifiche genetiche.
Le reazioni
L’esplosione della vicenda ha suscitato sdegno in tutto il mondo sportivo femminile. Angela Carini, pugile italiana sconfitta da Khelif a Parigi, ha dichiarato di aver temuto per la propria vita dopo aver subito colpi di potenza “mai sperimentati prima”. Simili le parole della messicana Brianda Tamara Cruz, che ha paragonato l’intensità dell’incontro a una sessione con uomini.
Federazioni come quelle di Honduras e Perù hanno espresso chiaramente la necessità di garantire l’equità e la sicurezza nelle competizioni femminili, sostenendo che solo “donne biologiche” dovrebbero avere accesso a tali categorie.
Una questione di giustizia sportiva
Il caso di Imane Khelif si inserisce in un contesto globale sempre più teso, dove si confrontano diritti individuali, esigenze di inclusività e il principio fondamentale della parità nelle competizioni. Con i risultati genetici ora pubblicamente accessibili e l’autenticità del laboratorio confermata, la pressione sull’IOC e sul movimento olimpico è destinata a crescere, costringendo le istituzioni a una presa di posizione chiara. Nel frattempo, il mondo del pugilato femminile si interroga: come garantire la sicurezza e la correttezza delle competizioni senza negare la dignità degli atleti? Il dibattito è più aperto che mai.
