Sotto la pressione dei costi energetici elevati e di una congiuntura economica persistentemente debole, un numero di grandi aziende chimiche sta riducendo la propria presenza in Europa, con particolare impatto sui settori petrolchimici e della chimica di base, ad alta intensità energetica. Le chiusure annunciate di impianti in questo segmento hanno raggiunto un picco record, come emerge da un’analisi congiunta dell’Handelsblatt e della federazione europea del settore, Cefic. Solo in Germania, sei gruppi chimici hanno già comunicato la chiusura definitiva di stabilimenti di grandi dimensioni nel corso di quest’anno, con quasi 2.000 posti di lavoro a rischio. L’ultimo caso riguarda Dow Chemical: il colosso statunitense ha annunciato all’inizio di questa settimana la dismissione di due importanti siti produttivi nella regione chimica della Germania orientale, tra Halle e Lipsia.
La tendenza si conferma anche a livello europeo, proseguendo l’analisi di Handelsblatt-Cefic, dove sette grandi aziende hanno già avviato la chiusura o messo in discussione la sopravvivenza di impianti dedicati alla produzione di massa. Per arginare e contrastare questa tendenza, la Commissione europea ha avviato le contromisure. Lo scorso martedì 8 luglio, Ursula von der Leyen ha presentato un pacchetto di agevolazioni per il settore, puntando a salvaguardare le filiere produttive strategiche, identificare i siti bisognosi di sostegno e affrontare le criticità nelle catene di approvvigionamento. Tuttavia, secondo diversi manager del settore, queste misure potrebbero arrivare troppo tardi: le chiusure già annunciate, infatti, appaiono ormai difficilmente reversibili. Il ritiro progressivo della chimica di base dall’Europa, del resto, è un fenomeno in atto da tempo, accelerato dalla guerra in Ucraina, dal conseguente aumento dei costi energetici e dalla prolungata flessione della domanda nel continente.
Un po’ in controtendenza, l’Ifo di Monaco ha invece fornito dati più ottimistici sul clima nelle imprese chimiche almeno in Germania, un dato dovuto in gran parte al previsto taglio del costo dell’energia adottato dal governo che impatterà in maniera positiva sulle grandi industrie energivore.
