Le polveri sottili, note come PM2.5, sono tra i principali responsabili delle morti premature a livello globale. Tuttavia, non tutte queste particelle sono ugualmente pericolose. Lo ha dimostrato un ampio studio pubblicato su Nature, che ha analizzato la tossicità delle emissioni di PM2.5 provenienti da diverse fonti antropiche in Cina. I risultati suggeriscono che le attuali strategie di controllo dell’inquinamento, basate solo sulla riduzione della massa di PM2.5, potrebbero non essere sufficienti per massimizzare i benefici per la salute pubblica. Tradizionalmente, le politiche di qualità dell’aria hanno trattato tutte le particelle PM2.5 come ugualmente dannose. Ma l’analisi condotta da un team di scienziati cinesi e internazionali rivela che la tossicità delle PM2.5 varia enormemente in base alla fonte, con differenze che arrivano fino a due ordini di grandezza.
Le emissioni da combustione di combustibili solidi nelle abitazioni (carbone e biomassa) risultano le più tossiche, seguite da quelle dell’industria metallurgica, dall’usura dei freni, dai veicoli diesel e benzina, dall’industria del cemento e infine dalle centrali elettriche.
Come è stato valutato il rischio?
I ricercatori hanno integrato misurazioni sul campo, analisi chimiche e test biologici in laboratorio, utilizzando cellule epiteliali umane per valutare lo stress ossidativo e la citotossicità indotti dalle particelle. Le emissioni di PM2.5 da combustione residenziale, caratterizzate da un elevato contenuto di idrocarburi policiclici aromatici (PAH) e metalli tossici, hanno mostrato il più alto potenziale tossico.
Successi e limiti delle politiche esistenti
Dal 2005 al 2021, la Cina ha ottenuto una notevole riduzione delle emissioni di PM2.5, grazie a politiche come l’Air Pollution Prevention and Control Action Plan. La massa totale di PM2.5 è diminuita di circa il 60%. Tuttavia, la riduzione della tossicità associata è stata meno uniforme: le emissioni tossiche da combustione residenziale sono diminuite sensibilmente (responsabili dell’80% della riduzione della tossicità), mentre quelle industriali, specie dall’industria siderurgica, hanno continuato a rappresentare una quota significativa.
Un dato preoccupante è l’aumento relativo della tossicità delle emissioni da usura dei freni, che oggi rappresentano una quota crescente dell’esposizione urbana.
Disparità regionali
Lo studio evidenzia anche marcate differenze regionali in Cina. Le aree meno sviluppate, come il nord-ovest, mostrano bassi livelli di massa di PM2.5 ma alta tossicità relativa, a causa della prevalenza di combustione residenziale. Le regioni industrializzate come Pechino-Tianjin-Hebei (BTH) hanno sia alti livelli di PM2.5 sia elevate tossicità. Al contrario, regioni più sviluppate come il delta del Fiume Yangtze (YRD) e il delta del Fiume delle Perle (PRD) hanno visto riduzioni più efficaci, grazie a politiche mirate e una minore dipendenza da fonti altamente tossiche.
Implicazioni per le politiche future
Gli autori dello studio propongono un cambiamento di paradigma: le strategie di riduzione delle emissioni dovrebbero considerare non solo la quantità di PM2.5, ma anche la sua pericolosità per la salute. Interventi mirati sulle fonti più tossiche – come la combustione domestica di combustibili solidi e alcune attività industriali – potrebbero portare a benefici sanitari maggiori con un impiego più efficiente delle risorse. Questo approccio, sebbene sviluppato per la Cina, ha implicazioni globali. Molti Paesi in via di sviluppo affrontano sfide simili, con una forte dipendenza da combustibili solidi e industrie ad alta intensità energetica.
Lo studio segna un passo avanti verso politiche ambientali più intelligenti e orientate alla salute. Per raggiungere gli standard dell’OMS, la Cina dovrà ridurre le emissioni di PM2.5 di oltre il 90%. Concentrarsi sulle fonti più tossiche potrebbe essere la chiave per proteggere meglio la salute pubblica a un costo inferiore.
