Libia: archeologi italiani riportano alla luce una necropoli monumentale a Cirene | FOTO

"Per ora sono state rinvenute e scavate cinque tombe - con una sesta in attesa di avviare i lavori"
La necropoli riportata alla luce nel sito di Cirene, nella Libia nordorientale
Una delle tombe rinvenute dalla missione archeologica italiana
La statua risalente al IV secolo a.C. e raffigurante una divinità funeraria con tipica iconografia di Demetra o Persefone
Testina di una statua di divinità funeraria

Nel cuore della Cirenaica, dove le antiche colonie greche affondano le radici nella pietra e nella memoria, un gruppo di archeologi italiani ha riportato alla luce una necropoli monumentale di straordinario valore storico e simbolico. Non è solo una scoperta che arricchisce il patrimonio scientifico del Mediterraneo, ma anche un esempio concreto di come la cultura riesca a superare le divisioni geopolitiche e a creare legami tra istituzioni, territori e comunità. A testimoniarlo è Olivia Menozzi, professoressa all’Università di Chieti-Pescara. Menozzi, insieme a Oscar Mei (Università Carlo Bo di Urbino) e Serenella Ensoli (Università Luigi Vanvitelli di Napoli), è direttrice responsabile della missione archeologica a Cirene e della mappatura del territorio nel sito monumentale della necropoli dell’antica colonia greca.

Cirene, riconosciuta come patrimonio dell’umanità Unesco, è situata nell’attuale Libia nordorientale controllata dal cosiddetto Governo di stabilità nazionale (Gsn) che fa capo al generale Khalifa Haftar.

Il progetto di risanamento del sito di Cirene è emozionante. Per ora sono state rinvenute e scavate cinque tombe – con una sesta in attesa di avviare i lavori – ma è stata l’ultima a lasciarci sorpresi: abbiamo scoperto delle tombe rupestri a camera, con facciata architettonica molto elaborata e poi dentro hanno i loculi o i sarcofagi monumentali, sempre incavati nella roccia, è tutto rupestre”, ha commentato la responsabile.

I dettagli della scoperta

Nella tomba numero due, denominata anche tomba arcaica, sono stati trovati i corpi inumati di tre adulti e alcuni bimbi. “Avevano un corredo ricco, fatto di ceramica attica e di produzione locale, a testimoniare l’origine aristocratica della famiglia, accompagnato da molti doni votivi, come i piattini per i fiori e le piccole anfore che contenevano olio profumato”, spiega Menozzi.

L’influenza greca ed ellenistica è molto forte in questa parte di Libia, come confermato da Menozzi: “abbiamo trovato dentro ognuna di queste sepolture dei bellissimi corredi di ceramica attica di V e IV secolo a.C., abbiamo trovato una bellissima testina di una statua di divinità funeraria, che rappresenta divinità che accompagnavano i defunti nell’aldilà. È interessante come la tradizione in Cirenaica di divinità femminile ctonie – associate al mondo sotterraneo – si sia unita alla tradizione greca in un sincretismo religioso con le divinità Persefone e Demetra”, afferma l’esperta, specificando che le testine ritrovate sono tutte in “marmo greco importato direttamente o da Paros o da Naxos o da Atene“.

Le tombe numero uno e tre sono loculi a facciata architettonica, all’interno dei quali sono stati rinvenuti i resti di più individui. “Si tratta con ogni probabilità di sepolture familiari, appartenenti ad almeno tre generazioni di una stessa famiglia”, spiega la professoressa Menozzi, sottolineando che “la conferma definitiva arriverà solo con le analisi genetiche”. Lo studio del DNA è attualmente in corso, in collaborazione con l’antropologo fisico Alfredo Coppa – docente alla Sapienza e collaboratore scientifico della Harvard Medical School – nell’ambito di un progetto di mappatura genetica dell’intero sito archeologico.

Riguardo ai reperti rinvenuti, Menozzi sottolinea che “alcuni individui maschi indossavano corone composte da perline in terracotta rivestite in foglia d’oro e piccoli inserti in bronzo, un chiaro segno di distinzione sociale e appartenenza a un’élite aristocratica”.

La tomba tre custodiva almeno sei individui, quattro adulti e due bambini, mentre la tomba uno, più piccola, conteneva i resti di una famiglia composta da tre persone.

Una scoperta particolarmente interessante

La professoressa Menozzi ha sottolineato l’importanza di una scoperta particolarmente interessante riguardante due sarcofagi, che, insieme alle tombe già descritte, completano l’area archeologica attualmente in fase di studio. “Abbiamo inizialmente pensato che i piccoli sarcofagi contenessero resti di bambini. In realtà, si trattava di deposizioni crematorie, non inumatorie, un dato piuttosto inusuale per Cirene, dove le inumazioni sono molto più comuni”, ha spiegato. “Anche in questi casi, il corredo funerario è risultato molto ricco: comprendeva offerte di vino, olio, piccoli semi e fiori”.

La missione

La missione, guidata dalla docente dell’Università di Chieti-Pescara, rientrerà ora in Italia, per poi fare ritorno a Cirene a settembre e completare gli scavi nella necropoli. A gennaio, invece, la squadra si sposterà nell’oasi di Jarrabub, nel deserto libico a circa 280 chilometri da Tobruk. “Lì ci attendono tombe a camera ellenistiche di grande rilievo, anche scenograficamente impressionanti. Una delle peculiarità della Libia orientale – secondo Menozzi – è proprio la cornice paesaggistica in cui si inseriscono i siti archeologici: Cirene, ad esempio, sorge in una pineta lussureggiante, nella cosiddetta ‘montagna verde’, un contesto che richiama alla mente i paesaggi della Grecia antica”.

Il valore della cultura

La direttrice ha infine sottolineato il valore della cultura come strumento di dialogo e coesione, anche in contesti politicamente frammentati: “tendiamo sempre a immaginare una Libia divisa, ma la cultura unisce. Un esempio concreto è la collaborazione tra le sovrintendenze dei Dipartimenti delle Antichità di Tripoli e Cirene, che si coordinano per tutta la parte burocratica legata agli scavi. I contratti vengono firmati da entrambe le istituzioni, anche se distinte: due documenti identici, uno per ciascuna. È questo, secondo me, l’aspetto più bello dell’archeologia: riesce a unire, persino in una Libia dell’Est e dell’Ovest”.

In conclusione, la direttrice ha ringraziato il consolato d’Italia a Bengasi per il sostegno logistico offerto alle missioni archeologiche nel loro dialogo con le autorità locali, e ha elogiato il sostegno della fondazione Aliph, unico fondo globale interamente dedicato alla protezione e alla ricostruzione del patrimonio culturale nelle aree di conflitto e post-conflitto.