Edoardo Boncinelli, uno dei più grandi genetisti italiani del secondo Novecento, tra i primi al mondo a identificare una famiglia di geni detti omeogeni responsabili dello sviluppo corretto del corpo umano e dell’organizzazione della corteccia cerebrale, è morto oggi a Milano all’età di 84 anni. Da tempo combatteva con coraggio contro il Parkinson, malattia che non gli ha mai impedito di scrivere, insegnare e riflettere sul destino dell’uomo, fino all’ultimo. Con la sua scomparsa, l’Italia perde non solo un genetista di fama internazionale, ma un pensatore autentico, un maestro della divulgazione, con decine di saggi pubblicati dai maggiori editori italiani, e un instancabile tessitore di dialoghi tra scienza, arte e filosofia.
Nato nell’isola greca di Rodi, allora possedimento italiano, il 18 maggio 1941, da una famiglia di Firenze, Boncinelli trascorre la sua giovinezza nella città toscana, dove anche intraprende gli studi scientifici, laureandosi in fisica all’Università di Firenze con una tesi in elettronica quantistica, sotto la guida del fisico Giuliano Toraldo di Francia, che ne incoraggia l’approccio eclettico e visionario. Negli anni successivi si dedica completamente alla biologia molecolare, e dal 1968 al 1992 lavora presso l’Istituto di genetica e biofisica del Cnr di Napoli, dove intraprese una lunga attività di ricerca culminata, nel 1985, nella scoperta degli omeogeni umani, insieme ad Antonio Simeone.
Questi geni, già noti nel moscerino della frutta (Drosophila melanogaster), si rivelano fondamentali anche nell’uomo, regolando lo sviluppo ordinato del corpo durante la fase embrionale. È una scoperta epocale: Boncinelli dimostra che il disegno strutturale del nostro organismo è scritto in sequenze genetiche altamente conservate, che funzionano come “architetti molecolari”. Questa intuizione – apparentemente semplice, ma rivoluzionaria – fa il giro del mondo e viene riconosciuta come una delle dieci più importanti scoperte scientifiche italiane nei 150 anni dell’Unità d’Italia.
La carriera
Oltre all’attività di laboratorio, Boncinelli ha insegnato a lungo presso le Università di Napoli Federico II e successivamente di Milano, in particolare presso la Facoltà di Filosofia dell’Università Vita-Salute San Raffaele, dove ha tenuto il corso di Fondamenti biologici della conoscenza, a cavallo tra neuroscienze e filosofia della mente. È stato anche direttore della Sissa di Trieste, uno dei più importanti centri internazionali per gli studi avanzati in fisica, biologia e neuroscienze.
Boncinelli ha saputo incarnare una figura oggi rara: quella dello scienziato-umanista, capace di muoversi tra la ricerca più avanzata e la riflessione culturale profonda. Ha sempre sostenuto che la scienza dovesse partecipare attivamente alla costruzione del pensiero critico, rifiutando dogmatismi, fideismi e facili semplificazioni.
Autore di una imponente produzione saggistica, Boncinelli ha pubblicato decine di volumi che hanno saputo coniugare rigore e accessibilità. Tra i più noti ricordiamo “I nostri geni” (Einaudi, 1998), “La vita della nostra mente” (Laterza, 2011), “La scienza non ha bisogno di Dio” (Rizzoli, 2012), “Lettera a un bambino che vivrà 100 anni” (Rizzoli, 2010) e l’autobiografia intellettuale “Una sola vita non basta” (Rizzoli, 2013). Nel 2006 con “L’anima della tecnica” (Rizzoli) vinse il Premio Merck Serono, riconoscimento riservato ai saggi che sanno unire scienza e letteratura. Nei suoi libri, Boncinelli ha trattato argomenti complessi come l’etica della vita, l’evoluzione, il rapporto tra mente e cervello, l’idea di anima, la genetica applicata alla medicina e persino il significato della sofferenza (“Il male”, Mondadori, 2007). Con “L’animale inquieto” (Il Saggiatore, 2024), scritto con Marco Furio Ferrario, ha offerto una lettura inedita dell’evoluzione cognitiva dell’uomo attraverso il concetto di “scontentezza”: una tensione creativa che ci ha spinto a evolverci come specie culturale.
Boncinelli non ha mai nascosto la sua passione per la cultura classica. Nel 2008 pubblicò “I miei lirici greci. 365 giorni di poesie” (Editrice San Raffaele), una raccolta di liriche da Saffo a Mimnermo, da leggere giorno per giorno come esercizio di bellezza e rigore. Per lui, la scienza era anche un modo per abitare poeticamente il mondo, nonostante la durezza dei numeri e delle leggi della natura. Negli ultimi anni, pur segnato dalla malattia di Parkinson, ha continuato a scrivere e intervenire nel dibattito pubblico, collaborando regolarmente con “Le Scienze” e il “Corriere della Sera”. Scettico verso ogni assoluto, ha saputo mantenere una voce lucida, critica e profondamente laica, anche nei momenti in cui la scienza veniva piegata alle ideologie o banalizzata dai media. Con la morte di Edoardo Boncinelli scompare una delle menti più originali della cultura italiana, ma resta un’eredità viva fatta di libri, scoperte e domande che continueranno a generare pensiero. Più che spiegare il mondo, Boncinelli ha insegnato ad interrogarlo. “La mente che studia se stessa è la più affascinante delle avventure”, scriveva. E lui, in questa avventura, è stato una guida insostituibile.
