Gli effetti ambientali dei pesticidi potrebbero essere molto più gravi di quanto si credesse. È quanto emerge da uno studio dell’Università di Aix-Marseille e del CNRS, presentato alla conferenza Goldschmidt di Praga. Il team, guidato da Boulos Samia, ha analizzato 9 pesticidi usati comunemente nella viticoltura e in altre colture, scoprendo che nessuno rispettava la soglia di 2 giorni di emivita atmosferica fissata dalla Convenzione di Stoccolma: la persistenza variava da 3 giorni a oltre un mese.
Gli scienziati hanno dimostrato che questi composti, essendo semivolatili, possono passare dalla fase gassosa a quella particellare, legandosi a polveri e materia organica sospesa nell’aria. Questa forma “particolata” è meno reattiva e si degrada più lentamente, aumentando la durata dei pesticidi nell’atmosfera e il rischio che entrino nella catena alimentare.
Il team ha inoltre individuato nuove molecole tossiche prodotte dalla degradazione e ha riscontrato che temperatura e umidità influenzano in modo diverso la ripartizione tra gas e particelle rispetto a quanto previsto dai modelli attuali.
“I dati suggeriscono che i pesticidi utilizzati in agricoltura necessitano di quadri normativi aggiornati che tengano conto del loro comportamento in fase particolata nell’atmosfera“, ha concluso Samia.
