Un recente studio pubblicato su Nature rivela un legame diretto tra l’aumento delle temperature oceaniche, la perdita di ghiaccio marino e l’incremento di tossine algali nella catena alimentare artica. Analizzando i campioni fecali di 205 balene della Groenlandia (Balaena mysticetus) raccolti nel Mare di Beaufort nell’arco di 19 anni (2004–2022), i ricercatori hanno individuato concentrazioni in aumento di neurotossine algali. Questo fenomeno pone seri rischi alla sicurezza alimentare delle comunità indigene che da millenni dipendono dalle risorse marine. Lo studio, guidato da Kathi Lefebvre del NOAA, evidenzia come le neurotossine prodotte da due principali generi di alghe – Pseudo-nitzschia (che produce l’acido domoico, DA) e Alexandrium catenella (che produce la saxitossina, STX) – stiano entrando in misura crescente nella catena alimentare. I bowhead whales, filtratori che si nutrono di zooplancton come copepodi e krill, sono stati utilizzati come “sentinelle biologiche” per monitorare l’esposizione della fauna marina a queste tossine.
L’analisi ha mostrato che la prevalenza di STX era superiore a quella di DA, con livelli di saxitossina rilevati in quasi tutti gli esemplari ogni anno. Le concentrazioni di tossine erano strettamente correlate a:
- Aumento del flusso di calore oceanico
- Aree di acque libere da ghiaccio più estese
- Riduzione della copertura di ghiaccio marino
- Variazioni nei regimi di vento e pressione atmosferica
In particolare, anni con anomalie positive di acque libere in giugno e luglio hanno portato a fioriture algali più precoci e intense, creando condizioni ideali per la proliferazione di Pseudo-nitzschia e A. catenella.
Implicazioni per l’ecosistema e le comunità indigene
Le tossine algali, accumulate nei pesci e nei molluschi bivalvi consumati dalla fauna marina e dagli esseri umani, possono provocare gravi patologie:
- Amnesic Shellfish Poisoning (ASP) causata dall’acido domoico
- Paralytic Shellfish Poisoning (PSP) dovuta alla saxitossina
Sebbene i livelli attuali di DA nei bowhead whales non rappresentino un rischio diretto per questi cetacei, la crescente prevalenza è un segnale allarmante. Il rischio maggiore è per le popolazioni costiere indigene dell’Alaska, che dipendono da questi animali per l’alimentazione e la cultura da oltre 5.000 anni. Gli autori dello studio raccomandano un monitoraggio continuo delle tossine algali nei mammiferi marini per salvaguardare la sicurezza alimentare delle comunità artiche.
I dati a lungo termine rivelano un chiaro trend di:
- Aumento delle temperature superficiali del mare (SST) dal 1900 al 2023, con i 10 anni più caldi concentrati dopo il 2000.
- Diminuzione accelerata dell’estensione minima del ghiaccio marino nel Mare di Beaufort, Mare dei Chukchi e Mare di Bering dal 1979 al 2023.
Questi cambiamenti favoriscono sia la germinazione dei cisti bentonici di A. catenella sul fondale marino sia il trasporto di cellule vegetative da mari più a sud.
Lo studio rappresenta una svolta nel comprendere i meccanismi che legano il riscaldamento degli oceani alle minacce per la salute marina e umana. Le balene della Groenlandia, grazie al loro ruolo nella catena alimentare e alla loro dieta a base di zooplancton, forniscono prove preziose dei cambiamenti in atto.
