Per decenni, lo stoccaggio geologico del carbonio è stato presentato come una soluzione quasi illimitata per compensare le emissioni climalteranti. Le stime tecniche oscillavano tra 10.000 e 40.000 gigatonnellate (Gt) di CO₂, suggerendo un potenziale apparentemente inesauribile. Tuttavia, uno studio appena pubblicato su Nature da Matthew Gidden, Joeri Rogelj e colleghi, introduce un approccio radicalmente più prudente: il limite realistico si attesta a 1.460 Gt di CO₂ (con un intervallo di incertezza 1.290–2.710 Gt). Questa stima è frutto di un’analisi spaziale che integra rischi ambientali, geologici, sociali e politici: aree protette, zone sismiche, profondità dei bacini sedimentari, vicinanza ai centri abitati, vincoli normativi e limiti infrastrutturali. L’adozione di questi criteri riduce il potenziale di stoccaggio di circa un ordine di grandezza rispetto alle valutazioni precedenti.
Le implicazioni climatiche: un tetto di 0,7 °C
Secondo lo studio, se l’intera capacità stimata fosse utilizzata esclusivamente per rimozione diretta della CO₂ atmosferica, il massimo beneficio climatico ottenibile sarebbe un raffreddamento di circa 0,7 °C (con un intervallo 0,35–1,2 °C). Questo significa che lo stoccaggio geologico, pur rappresentando una tecnologia cruciale, non può sostituire la riduzione drastica e immediata delle emissioni: può al massimo contribuire a contenere il riscaldamento globale, non a risolverlo.
Distribuzione geografica della capacità di stoccaggio
Lo studio evidenzia che circa il 70% del potenziale prudente si trova onshore e il restante 30% offshore. I Paesi con maggiori capacità residue includono Russia, Stati Uniti, Cina, Brasile e Australia, cioè gli stessi grandi estrattori di combustibili fossili. Alcuni Paesi produttori di petrolio del Golfo Persico mantengono riserve geologiche relativamente robuste, mentre l’Europa e l’India vedono gran parte del loro potenziale ridotto dai vincoli geologici e ambientali.
Una risorsa limitata e intergenerazionale
Trattare lo stoccaggio geologico come una risorsa finita e condivisa implica conseguenze etiche e politiche di grande rilievo. Le decisioni di oggi determineranno l’uso di queste riserve per i prossimi secoli, con implicazioni intergenerazionali. Lo studio richiama i principi di equità e responsabilità differenziata: alcuni Paesi ad alte emissioni storiche hanno maggiore capacità tecnica di stoccaggio, ma i benefici dovrebbero essere distribuiti globalmente, anche a favore delle nazioni con minore accesso a questa risorsa.
Oltre lo stoccaggio: servono strategie integrate
Gli autori sottolineano che non hanno considerato in dettaglio i limiti tecnici e finanziari della scalabilità della CCS (Carbon Capture and Storage). Oggi, infatti, la capacità operativa globale è appena di 49 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno, circa 175 volte meno di quanto sarebbe necessario entro il 2050 per centrare gli obiettivi dell’Accordo di Parigi.
Ciò significa che la CCS non può essere vista come la soluzione principale, ma come uno strumento complementare a un ventaglio di strategie: riduzione diretta delle emissioni, accelerazione delle rinnovabili, riforestazione, sequestro biologico del carbonio e, in prospettiva, tecniche innovative come la mineralizzazione in basalti o l’uso di bioenergia con cattura e stoccaggio (BECCS).
Il limite prudente di 1.460 Gt di CO₂ per lo stoccaggio geologico rappresenta una svolta concettuale: questa tecnologia non è illimitata e deve essere gestita come una risorsa critica e scarsa. Senza un taglio netto delle emissioni globali, la capacità di stoccaggio potrebbe essere esaurita entro il 2200, rendendo più ardua la sfida climatica.
