Un nuovo studio pubblicato su Nature Communications, guidato dal professor Matteo Spagnolo dell’Università di Torino, apre una nuova frontiera nel monitoraggio vulcanico. La ricerca rivela che i ghiacciai che si trovano sui vulcani o nelle loro vicinanze potrebbero non essere solo un ostacolo, ma un prezioso indicatore di imminenti eruzioni. Analizzando 307 vulcani attivi, il team ha scoperto che nell’80% dei casi i ghiacciai vulcanici si trovano a quote più elevate rispetto a quelli circostanti. Questa anomalia, in precedenza attribuita a ragioni logistiche, è in realtà legata al calore emesso dal vulcano stesso. La presenza di magma e gas caldi riscalda il terreno, accelerando lo scioglimento dei ghiacci, che sono quindi costretti a ritirarsi a quote superiori.
“Poiché la temperatura dei vulcani tende ad aumentare man mano che ci si avvicina a un’eruzione è plausibile che anche i ghiacciai reagiscano con un ritiro ancora più marcato. Monitorare la loro quota media potrebbe quindi diventare un nuovo strumento per migliorare le previsioni eruttive“, spiega il professor Spagnolo. Il monitoraggio del loro ritiro potrebbe diventare un nuovo strumento per prevedere le eruzioni, unendosi ad altri precursori già noti come la deformazione del suolo e le emissioni di gas.
Questa scoperta è particolarmente importante per il 20% dei vulcani mondiali ricoperti da ghiacciai, le cui eruzioni possono essere devastanti. L’integrazione di questo nuovo indicatore nel sistema di monitoraggio potrebbe migliorare la sicurezza delle comunità che vivono in queste aree, offrendo un’ulteriore misura di protezione e dimostrando che, in natura, la relazione tra ghiaccio e fuoco è più profonda di quanto pensassimo.
