Il Pacifico settentrionale sembra avere di nuovo la febbre. Un’immensa distesa di acqua insolitamente calda – soprannominata “The Blob” dagli scienziati – si estende quest’anno per circa 8mila km, dalle isole Aleutine in Alaska fino alle coste del Giappone. Una massa marina anomala che, secondo i dati più recenti, potrebbe rappresentare la più vasta ondata di calore oceanica mai registrata in questa regione.
Ma il Blob non è soltanto una curiosità climatica: è un fenomeno capace di riscrivere gli equilibri dell’oceano, sconvolgere le catene alimentari e lasciare un’impronta visibile anche sugli ecosistemi costieri e, forse, sul clima globale. Ogni sua ricomparsa porta con sé un’ondata di preoccupazione tra biologi marini, climatologi e pescatori, perché laddove le acque diventano più calde e povere di nutrienti, la vita marina fatica a sopravvivere. È come se un enorme tappeto invisibile soffocasse l’oceano, privandolo della linfa vitale che parte dal plancton e arriva fino ai grandi predatori.
La febbre dell’oceano
Ad agosto 2025, la temperatura media della superficie oceanica globale (fra 60° Sud e 60° Nord) ha toccato i 20,82 °C, il terzo valore più alto di sempre per questo mese, appena sotto al record stabilito nel 2023. È proprio il Pacifico settentrionale ad attirare l’attenzione: vaste aree hanno superato le medie storiche con picchi record, trasformandosi in un “punto caldo” visibile persino nelle mappe satellitari.
Il Blob non è una semplice variazione stagionale: si tratta di un evento di ondata di calore marina, in cui le temperature dell’acqua risultano più alte del normale di 2,5°C fino a 5,5°C. Valori sufficienti a sconvolgere gli equilibri ecologici dell’oceano.
Che cos’è il Blob e perché si forma
Il fenomeno venne osservato per la prima volta nel 2013, quando un’enorme macchia di acqua calda, profonda fino a 100 metri, si estese per oltre 1.600 km nel Pacifico. Negli anni successivi si frammentò in più zone, comparendo lungo le coste di Alaska, Canada, California e Messico, fino a riaccendersi nel 2019 con quello che venne ribattezzato “Blob 2.0”.
Secondo il National Park Service degli Stati Uniti, la sua origine è multifattoriale:
- temperature dell’aria più alte che riscaldano direttamente la superficie marina;
- venti deboli o alterati che riducono il rimescolamento e il richiamo di acqua fredda dagli strati profondi;
- la persistenza di El Niño–Southern Oscillation (ENSO), il noto fenomeno climatico equatoriale che influenza i regimi atmosferici e oceanici a scala planetaria.
In sostanza, un perfetto intreccio di condizioni che porta a un’anomalia senza precedenti nella memoria climatologica.
Ecosistemi in allarme
Dietro le cifre, si nasconde un danno ecologico. L’acqua fredda e ricca di nutrienti è il motore del fitoplancton, minuscoli organismi che formano la base della catena alimentare marina. Con temperature elevate e acque impoverite di nutrienti e ossigeno, il sistema collassa.
Le conseguenze sono già note: durante gli episodi del 2014–2016, fino a 4 milioni di uccelli marini, in particolare le urie comuni, morirono in quello che è considerato il più grave evento di mortalità di massa di una singola specie nella storia recente. In Alaska, furono ritrovati oltre 62mila carcasse spiaggiate entro la fine del 2016. Per alcuni ecosistemi costieri, i ricercatori parlano di una soglia di non ritorno.
Uno sguardo al futuro
Il Blob del 2025 non è soltanto un’emergenza biologica: potrebbe influenzare anche i regimi atmosferici. Le anomalie di temperatura superficiale del Pacifico hanno già dimostrato di alterare i percorsi delle tempeste, le precipitazioni e persino i modelli climatici a scala globale.
Non è ancora chiaro quali saranno gli effetti a lungo termine di questa nuova fase, ma il ritorno del Blob è un segnale d’allarme su quanto gli oceani stiano cambiando in fretta.
