L’elezione del kārearea, il falco neozelandese, a “Uccello dell’anno 2025” segna non solo il trionfo di una delle creature più emblematiche del Paese, ma anche il successo di una campagna partecipativa volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle fragilità della biodiversità locale. Con la sua incredibile velocità in picchiata — fino a 200 km/h — e la sua abilità predatoria nelle fitte foreste, questo rapace incarna l’equilibrio precario tra adattamento e vulnerabilità: la specie conta infatti appena 5.000–8.000 esemplari. Il concorso, organizzato da Forest & Bird in occasione del suo ventesimo anniversario, ha visto competere 73 specie aviari, ciascuna sostenuta da una campagna elettorale creativa e appassionata condotta da volontari. Meme, illustrazioni, video e persino dibattiti pubblici hanno animato l’iniziativa, che ha raggiunto un primato storico di partecipazione, con oltre 75.000 voti espressi. Una competizione originale che, al di là della leggerezza apparente, riveste un significato culturale e ambientale profondo.
Crisi ecologica e simboli in pericolo
Il concorso assume una valenza ancora più rilevante alla luce del dato allarmante che emerge dalla classifica finale: l’80% delle specie più votate risulta attualmente a rischio. Lo sottolinea con lucidità Nicol Toki, amministratrice delegata di Forest & Bird, che indica come la popolarità di questi uccelli rifletta la loro effettiva condizione di minaccia. Tra i candidati più fragili figurano il kākāpō, pappagallo notturno già vincitore di due edizioni passate, e il kakaruia, o pettirosso nero (karure in lingua māori), entrambi ridotti a meno di 300 individui. Le cause della loro drammatica regressione sono molteplici: dalla progressiva erosione degli habitat naturali al cambiamento climatico, passando per l’introduzione di predatori alieni al delicato ecosistema neozelandese. Eppure, eventi come questo dimostrano come l’informazione e il coinvolgimento della cittadinanza possano incidere concretamente nella tutela del patrimonio faunistico. A suggellare la vittoria, il kārearea sarà celebrato attraverso la composizione di una nuova waiata, una canzone in lingua māori che ne perpetuerà la memoria nella tradizione orale. Sul podio anche il kea, curioso pappagallo alpino, e nuovamente il kakaruia, che per il secondo anno consecutivo sfiora la vetta, superato in passato dal timido hoiho, il pinguino dagli occhi gialli.
Tra ironia e riscoperta della “fauna invisibile”
Oltre ai volti noti, questa edizione ha riportato alla ribalta specie rimaste a lungo nell’ombra. È il caso del takahē, dato per estinto fino alla sua miracolosa riscoperta, e del misterioso ruru (o morepork), piccolo gufo notturno dal richiamo evocativo. A rendere ancor più singolare il concorso, l’introduzione di Birdle, un gioco online ispirato al celebre Wordle, che ha saputo coniugare intrattenimento e divulgazione.
L’iniziativa, del resto, ha ormai superato i confini nazionali, alimentata da episodi eclatanti come la surreale campagna orchestrata dal comico britannico John Oliver, che, nel tentativo di far eleggere il rarissimo pūteketeke, si è travestito da uccello e ha disseminato cartelloni pubblicitari in luoghi impensabili, dalla Francia al Giappone. Il concorso non è nuovo a controversie: si ricordano accuse di brogli, sospette ingerenze internazionali e persino lo scalpore suscitato nel 2021, quando a prevalere fu un pipistrello. Ma è proprio in questa fusione di serietà scientifica, ironia mediatica e fervore civico che risiede la forza dell’iniziativa. Anche quest’anno, le oltre 70 specie in lizza rappresentavano una gamma ampia di condizioni di conservazione, dal “buono” al “gravemente minacciato”, testimoniando una biodiversità fragile, ma ancora straordinariamente vitale. Intanto, anche l’Australia si prepara a celebrare il proprio “Uccello dell’anno”, con una competizione nazionale in corso fino a ottobre, confermando che la tutela dell’avifauna sia un tema sempre più sentito.
