Nel contesto di un oceano sempre più caldo e instabile, la migrazione delle specie marine non è più un’ipotesi ma una realtà osservabile. A testimoniarlo è uno studio innovativo condotto da un gruppo di ricercatori delle Università di Adelaide e di Sydney, recentemente pubblicato sulla rivista Diversity and Distributions. Lo studio illustra un approccio pionieristico per monitorare i cambiamenti nella distribuzione dei pesci tropicali che, spinti dall’innalzamento delle temperature, abbandonano i loro habitat tradizionali per colonizzare acque temperate più fresche.
Con l’aumento della temperatura degli oceani, intere comunità ittiche tropicali stanno migrando verso sud, lungo la costa orientale dell’Australia, in cerca di rifugi climatici più adatti alla sopravvivenza. Tra le aree più colpite da questo fenomeno c’è il litorale del Nuovo Galles del Sud, considerato una delle regioni marine che si stanno riscaldando più rapidamente al mondo. I segnali sono inequivocabili: ogni anno vengono registrate nuove specie di pesci e coralli nei pressi di Sydney, e gli scienziati prevedono che questa tendenza continuerà a intensificarsi con il progredire del cambiamento climatico.
Tradizionalmente, i biologi marini hanno monitorato queste dinamiche attraverso rilievi visivi subacquei. Tuttavia, questo metodo presenta dei limiti evidenti, soprattutto quando si tratta di specie elusive, di piccole dimensioni o rare. Spesso, infatti, le prime specie migranti sono proprio quelle meno visibili o attive durante le ore notturne, e perciò più difficili da rilevare con metodi convenzionali. Per superare queste lacune, i ricercatori si sono ispirati alle tecniche della scienza forense, dando vita a un approccio innovativo: l’uso del DNA ambientale (eDNA).
Un approccio investigativo per studiare la fauna marina
Tutti gli organismi, pesci compresi, rilasciano tracce biologiche nel loro ambiente sotto forma di muco, scaglie, escrementi o altri residui corporei, i quali contengono frammenti del loro DNA. Raccogliendo e analizzando campioni d’acqua di mare, è possibile isolare queste sequenze genetiche e identificare le specie presenti in un determinato ecosistema, anche se non sono state avvistate direttamente. Questa tecnica, già nota per la sua efficacia nel monitoraggio di specie terrestri e d’acqua dolce, si sta ora rivelando estremamente utile anche nel contesto marino.
Il team di ricerca ha testato questo approccio lungo 2.000 chilometri della costa orientale australiana, partendo dalle calde acque tropicali della Grande Barriera Corallina fino alle più fredde foreste di alghe temperate di Narooma. I risultati dell’esperimento sono stati sorprendenti. Il confronto tra i metodi tradizionali e quelli basati sull’eDNA ha evidenziato che ciascun approccio restituisce una porzione diversa del quadro ecologico, ma combinandoli è possibile ottenere una visione molto più completa e accurata dei cambiamenti in atto.
L’analisi dell’eDNA ha infatti permesso di rilevare specie tropicali che non erano mai state documentate prima in ambienti temperati. Tra queste si annoverano il pesce chirurgo rigato (Acanthurus lineatus), il pesce pappagallo comune (Chlorurus microrhinos), il pesce chirurgo striato, così come specie più elusive e misteriose come il pesce istrice macchiato di nero, il pesce scoiattolo maculato e il pesce spazzino argentato. Questi animali tendono a rifugiarsi in grotte, o a muoversi solo durante le ore notturne, rendendo la loro individuazione attraverso immersioni tradizionali particolarmente difficile.
Viceversa, per alcune specie temperate, gli avvistamenti diretti sono risultati più efficaci rispetto all’eDNA, suggerendo che ciascun metodo ha le sue specificità e i suoi punti di forza. Tuttavia, l’unione dei due approcci consente una tracciabilità molto più dettagliata delle migrazioni, offrendo agli scienziati strumenti più affidabili per comprendere come il cambiamento climatico stia riconfigurando la biodiversità marina.
Mappare il passaggio genetico negli oceani
Secondo i ricercatori, l’adozione sistematica dell’eDNA potrebbe rappresentare una svolta cruciale nella biologia marina. Così come i detective ricostruiscono una scena del crimine a partire da impronte digitali o tracce di capelli, gli ecologi marini possono oggi ricostruire con precisione i movimenti delle specie analizzando il loro “passaggio genetico” nelle acque. Questa nuova “scienza investigativa marina” si rivela particolarmente preziosa in un’epoca in cui le migrazioni biologiche non sono più fenomeni lenti e sporadici, ma risposte rapide e di vasta scala a un clima in rapido mutamento.
Il lavoro del team australiano dimostra quanto sia fondamentale aggiornare e innovare le metodologie di monitoraggio ambientale per restare al passo con una realtà ecologica sempre più dinamica. Le barriere coralline, simboli di fragilità e biodiversità, stanno mutando sotto i nostri occhi, e solo strumenti precisi come l’eDNA possono aiutarci a comprenderne le trasformazioni prima che diventino irreversibili.
