Coralli di pietra antichi rivelano la loro resilienza: uno sguardo nel passato che illumina il futuro delle barriere coralline

La lunga storia evolutiva dei coralli di pietra rivela una sorprendente capacità di adattamento, offrendo nuove prospettive sulla resilienza della vita marina

I coralli di pietra – i veri architetti delle barriere coralline – sono oggi tra gli organismi più minacciati dal cambiamento climatico. L’aumento della temperatura degli oceani e l’acidificazione delle acque stanno mettendo a rischio interi ecosistemi marini, con conseguenze dirette sulla biodiversità e sulla sopravvivenza di milioni di persone che dipendono da questi habitat. Tuttavia, un nuovo studio pubblicato su Nature da Claudia Francesca Vaga e colleghi offre una prospettiva inaspettatamente ottimistica: alcune specie di coralli antichi riuscirono a sopravvivere a catastrofi ambientali di portata globale, lasciando intendere che certe linee evolutive potrebbero ancora oggi possedere una resilienza intrinseca.

Un viaggio nel tempo di 460 milioni di anni

Attraverso la parziale sequenziazione dei genomi di 274 specie di coralli di pietra, rappresentanti circa il 16% di tutte le specie attuali, i ricercatori hanno ricostruito l’albero evolutivo globale dell’ordine Scleractinia. I risultati fanno risalire il loro antenato comune più recente a circa 460 milioni di anni fa, durante il periodo Ordoviciano – ben prima della comparsa dei dinosauri. Quest’organismo primitivo era probabilmente eterotrofo e solitario, capace di vivere sia in acque basse che profonde.

In seguito, intorno a 300 milioni di anni fa, alcune specie svilupparono una relazione simbiotica con alghe fotosintetiche, un’alleanza che permise loro di colonizzare le acque illuminate dal sole e di diversificarsi rapidamente. Tuttavia, questa specializzazione si rivelò anche un punto debole: durante vari episodi di anossia oceanica (periodi in cui l’acqua marina perse gran parte del suo ossigeno), molte di queste specie simbiotiche si estinsero.

Resilienza in profondità

Mentre le specie simbiotiche subivano pesanti perdite, i coralli non simbiotici, spesso abitanti delle profondità marine, resistevano e persino prosperavano. Secondo lo studio, la loro flessibilità ecologica –  la capacità di adattarsi a diverse profondità e substrati – offrì loro un vantaggio evolutivo. Questi coralli eterotrofi, indipendenti dalla luce solare, furono in grado di sopravvivere a crisi globali, come quelle del Permiano-Triassico (250 milioni di anni fa) e del Toarciano (180 milioni di anni fa), che causarono la scomparsa di molte altre forme di vita marina. L’analisi suggerisce che queste linee di coralli profondi abbiano agito come “rifugi evolutivi”.

Un’eredità genetica di adattamento

Lo studio di Vaga e colleghi dimostra che nel corso di centinaia di milioni di anni i coralli hanno più volte acquisito e perso tratti evolutivi fondamentali come la colonialità e la simbiosi. Questa plasticità genetica potrebbe essere la chiave della loro sopravvivenza nel tempo. Alcune specie moderne di acque profonde, infatti, potrebbero ancora possedere meccanismi biologici che consentono di tollerare acque povere di ossigeno o più acide, caratteristiche che ricordano quelle delle crisi oceaniche del passato.

Un messaggio di speranza (e di responsabilità)

Sebbene la ricerca sottolinei che le barriere coralline superficiali sono destinate a subire gravi perdite a causa del riscaldamento globale e dell’acidificazione, essa offre anche un messaggio di speranza: l’ordine dei coralli di pietra probabilmente sopravviverà, come ha già fatto in passato, grazie alla persistenza delle linee di acque profonde.

Tuttavia, come avvertono gli autori, la resilienza naturale non può giustificare l’inazione. Comprendere le strategie di sopravvivenza dei coralli antichi può invece guidare nuove politiche di conservazione e restauro, aiutando a preservare non solo questi organismi straordinari, ma anche le reti di vita che da essi dipendono.