Ogni anno, le città degli Stati Uniti consumano oltre 11 milioni di tonnellate di carne, un dato che ha un impatto ambientale enorme. Un’analisi pubblicata su Nature Climate Change evidenzia come le emissioni siano strettamente legate alla carne consumata nelle aree urbane. Ma quello che rende il lavoro ancora più interessante è l’approccio innovativo utilizzato per calcolare l’impronta ecologica del consumo di carne nelle città, un modello che si concentra sulle specifiche catene di approvvigionamento e sulla provenienza della carne, piuttosto che basarsi su medie nazionali.
In particolare, le emissioni di gas serra legate al consumo di carne variano notevolmente a seconda della provenienza della carne stessa. Le città degli Stati Uniti sono collegate a vaste catene di approvvigionamento che si estendono attraverso numerose contee rurali. Ad esempio, Los Angeles si rifornisce di carne da 10 contee, che a loro volta dipendono da 469 contee di allevamento, e queste ultime ricevono il cibo per gli animali da ben 828 contee. Una distanza che, purtroppo, rende difficile intervenire sulle emissioni a livello urbano, ma che offre anche un’opportunità per migliorare l’efficienza e ridurre le emissioni.
Le catene di approvvigionamento alimentare, che coinvolgono la produzione di mangimi, l’allevamento degli animali e la lavorazione della carne, sono complesse e geograficamente diffuse. In questo contesto, la carne che una città consuma è legata a diverse pratiche agricole e metodi di produzione che influenzano l’intensità delle emissioni di gas serra. Ad esempio, la carne di manzo, che è il prodotto con maggiori emissioni di gas serra, viene spesso prodotta in aree dove le pratiche di alimentazione intensiva e la gestione del letame contribuiscono a un’alta produzione di metano, un potente gas serra.
Le soluzioni dallo studio
Lo studio, però, non si limita solo alla fotografia delle attuali emissioni: offre anche soluzioni concrete per ridurre l’impronta di carbonio delle città. Il cambiamento delle abitudini alimentari emerge come una delle soluzioni più efficaci per abbattere le emissioni legate alla carne. Secondo i ricercatori, un cambio di dieta che privilegi il consumo di pollame al posto della carne di manzo potrebbe ridurre in modo significativo le emissioni, con un abbattimento che potrebbe arrivare fino al 33%. Ma non è solo la dieta a fare la differenza: la riduzione degli sprechi alimentari potrebbe portare a un abbassamento delle emissioni fino al 16%.
Il concetto di “meatshed”, simile al più noto “foodshed” che descrive le aree geografiche da cui una città attinge il suo cibo, viene utilizzato per analizzare le connessioni urbane-rurali che determinano l’intensità dell’impronta ecologica delle città. Le aree rurali che forniscono la carne sono influenzate da variabili come l’uso di fertilizzanti, la gestione del letame, e le pratiche agricole, tutti fattori che determinano l’intensità delle emissioni di CO₂. Ogni tipo di carne, infatti, presenta un profilo di emissioni unico a seconda della zona di produzione.
Inoltre, lo studio ha dimostrato che l’impronta di carbonio non è uniformemente distribuita. Le città che si approvvigionano di carne da zone a bassa intensità di emissioni vedono un’impronta ecologica più contenuta, mentre quelle che dipendono da produzioni agricole ad alta intensità di gas serra hanno un impatto molto maggiore. Ad esempio, le città del sud degli Stati Uniti, che si approvvigionano in gran parte da allevamenti intensivi, hanno impronte ecologiche significativamente più alte rispetto a quelle che ricevono carne da aree di allevamento più sostenibili, come alcune zone del Midwest, dove vengono alimentati animali da latte o dove l’uso di pascoli naturali riduce le emissioni.
Tuttavia, non è solo la carne di manzo ad avere un impatto significativo. Anche la carne di maiale e di pollo contribuiscono alle emissioni di gas serra, ma in misura diversa, a seconda delle modalità di produzione. Mentre il pollame ha una “carbon footprint” relativamente bassa rispetto al manzo, la produzione di carne di maiale è legata a pratiche agricole che, se non gestite correttamente, possono generare elevati livelli di metano e ossidi di azoto, due gas serra potenti.
Una delle soluzioni proposte dallo studio per ridurre l’impronta ecologica delle città riguarda l’adozione di politiche che promuovano diete più sostenibili, incoraggiando la sostituzione della carne di manzo con carne di pollo o maiale, e incentivando il consumo di alimenti a base vegetale. Alcune città, come New York, hanno già avviato iniziative per promuovere un’alimentazione più sostenibile, come l’introduzione di cibi plant-based in eventi pubblici e mense, ma è necessario fare di più. L’approccio suggerito dai ricercatori richiede che le politiche pubbliche affrontino le barriere economiche e sociali che ostacolano l’adozione di diete più sostenibili, come il costo elevato dei cibi vegetali e la carenza di accesso a questi prodotti nei quartieri meno abbienti.
La riduzione delle emissioni di gas serra legate al consumo di carne nelle città americane è essenziale per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni globali. Le città sono responsabili di una grande parte delle emissioni globali di gas serra. Agendo sia sulla domanda, attraverso politiche alimentari mirate, che sull’offerta, migliorando la sostenibilità delle catene di approvvigionamento, le città possono contribuire in modo sostanziale alla riduzione delle emissioni.
