Nel corso del 2024, i cinque Paesi del bacino del Mekong – Cambogia, Laos, Myanmar, Thailandia e Vietnam – hanno registrato una perdita complessiva di 991.801 ettari di copertura arborea, un’estensione paragonabile a quella del Libano. Di questa superficie, quasi 220.000 ettari erano costituiti da foreste primarie, tra gli ecosistemi più antichi e preziosi per la biodiversità globale. L’analisi, su dati satellitari del laboratorio GLAD dell’Università del Maryland in collaborazione con Global Forest Watch (GFW), rivela che oltre il 30% della deforestazione è avvenuta all’interno di aree ufficialmente designate come protette. Sebbene si osservi una lieve flessione nei tassi di perdita rispetto al 2023, la traiettoria generale rimane allarmante, segnata da uno sfruttamento intensivo e da politiche ambientali ancora troppo fragili o inefficaci.
Laos: agricoltura commerciale e miniere avanzano nei territori forestali
Il Laos ha visto scomparire oltre 351.000 ettari di copertura arborea nel 2024, con 223.493 ettari perduti all’interno delle sue aree protette, che coprono una superficie di circa 1,2 milioni di ettari. Sebbene ciò rappresenti una diminuzione rispetto ai 445.000 ettari del 2023, il fenomeno resta preoccupante, soprattutto alla luce della crescente pressione esercitata dalle concessioni agricole e minerarie destinate a soddisfare la domanda cinese. Nella provincia di Luang Prabang, si segnalano quasi 40.000 ettari deforestati, in parte a causa della costruzione di una diga idroelettrica da 1.460 megawatt, a soli 25 km da un sito riconosciuto dall’UNESCO. Le piantagioni di banane e durian, spesso avviate da aziende vietnamite e cinesi, si estendono ora fin dentro aree di elevata biodiversità come Dong Hua Sao e Xe Pian. Si stima che circa 110.000 ettari di terre precedentemente protette siano stati messi a disposizione di investitori esteri. L’assenza di confini ben demarcati per le foreste protette e la mancanza di trasparenza nella gestione delle concessioni complicano ulteriormente il quadro. Il temporaneo rallentamento della deforestazione nel 2024 è stato favorito più da condizioni meteorologiche avverse – in particolare da piogge abbondanti – che da autentici progressi normativi.
Cambogia: le aree protette cadono sotto i colpi della speculazione
In Cambogia, la deforestazione ha sottratto nel 2024 più di 93.000 ettari di superficie boschiva, di cui oltre la metà – circa il 56% – ricadeva entro i confini delle aree protette, nonostante le rigide normative che, almeno formalmente, ne vietano il disboscamento. Il dato rappresenta un calo del 22,6% rispetto all’anno precedente, ma rimane indicativo della fragilità del sistema di tutela. Particolarmente emblematica è la situazione del Prey Lang Wildlife Sanctuary, una delle ultime foreste pluviali di pianura del Sud-est asiatico, dove sono stati perduti altri 9.346 ettari nel 2024. La foresta, che si estende su circa 490.000 ettari, è da anni vittima di taglialegna, bracconieri e progetti infrastrutturali – come la recente installazione di linee elettriche ad alta tensione – che ne hanno frammentato il tessuto ecologico. Anche nel Santuario di Beng Per e nel Parco nazionale Veun Sai-Siem Pang, la deforestazione procede con costanza, alimentata da piantagioni intensive di gomma e anacardi e da società con forti legami con l’élite politica. Le montagne Cardamomi, infine, sono minacciate tanto dal disboscamento quanto dalla costruzione di dighe idroelettriche, nonostante i tentativi di avviare progetti REDD+ legati al mercato dei crediti di carbonio.
Myanmar: foreste contese nel caos del conflitto armato
Nel Myanmar, dove la presa di potere dell’esercito nel 2021 ha innescato una resistenza armata diffusa, le risorse forestali sono divenute fonte di sostentamento per le fazioni in guerra. Tuttavia, i dati del GFW indicano un leggero calo della deforestazione: 276.000 ettari persi nel 2024, contro i quasi 307.000 del 2023. Lo Stato di Shan, epicentro di attività minerarie poco regolamentate e sotto il controllo dell’Esercito dello Stato Wa Unito (UWSA), ha registrato la perdita più significativa, con 86.900 ettari. Anche lo Stato di Kachin è coinvolto, con ulteriori 25.300 ettari deforestati. L’afflusso di circa 3,5 milioni di sfollati interni, molti dei quali trovano rifugio nelle foreste e ricorrono a pratiche di sopravvivenza come l’agricoltura itinerante e il taglio della legna, contribuisce alla progressiva erosione del patrimonio forestale. Saw Ma Bu Hto, del Karen Environmental and Social Action Network (KESAN), ha evidenziato come nei territori controllati dall’Unione Nazionale Karen si stiano sviluppando strategie di gestione comunitaria, tra cui il Parco della Pace di Salween, che copre 670.000 ettari e comprende decine di riserve naturali e foreste comunitarie. Tuttavia, l’assenza di conflitti tende a favorire le grandi opere infrastrutturali, considerate da molti attori locali come la minaccia principale per le foreste naturali.
Thailandia: tra riforestazione e vigilanza efficiente
In netta controtendenza rispetto ad altri Paesi della regione, la Thailandia ha perso nel 2024 circa 140.000 ettari di copertura arborea, dei quali solo l’8,5% – circa 12.146 ettari – all’interno delle aree protette, che ammontano a 10 milioni di ettari. Le cause principali restano l’agricoltura permanente, l’estrazione mineraria e lo sviluppo infrastrutturale, ma il Paese si distingue per un sistema di gestione ambientale relativamente robusto. Il divieto di disboscamento imposto nel 1989 rappresenta uno spartiacque fondamentale, secondo quanto dichiarato da Steve Elliott, docente di ecologia presso l’Università di Chiang Mai. Il successo del Progetto Cinque Milioni di Rai del 1994, promosso per commemorare il Giubileo d’oro di Re Rama IX, ha instillato nel tessuto culturale nazionale un forte senso di responsabilità ambientale. La riforestazione ha beneficiato della partecipazione attiva del settore privato e delle comunità locali, coadiuvate da istituti di ricerca. Oggi, aree come il Parco Nazionale di Khao Yai mostrano tassi di deforestazione minimi, grazie a una governance efficace e alla valorizzazione del sapere ecologico delle popolazioni indigene.
Vietnam: severità normativa e sorveglianza capillare
Anche il Vietnam mostra segnali di miglioramento, con una perdita di copertura arborea pari a 128.000 ettari nel 2024 – in diminuzione rispetto ai 135.000 ettari del 2023 – e solo il 2,8% di questa perdita verificatasi nelle aree protette, che coprono circa 2,5 milioni di ettari. Il cambiamento di rotta risale al 2014, con l’introduzione di un divieto nazionale di disboscamento, divenuto pienamente operativo nel 2017 attraverso una revisione della legge forestale. Secondo Pham Van Thong, vicedirettore del Centro per la tecnologia e la conservazione della natura (CTNC), la stretta normativa ha incluso anche sanzioni severe previste dagli articoli 232 e 233 del Codice Penale del 2015, che puniscono il taglio illegale anche di singoli alberi con pene pecuniarie e detentive. Un elemento distintivo è il meccanismo di responsabilità individuale attribuito ai guardaboschi, i cui avanzamenti di carriera dipendono dalla tutela delle aree loro assegnate. La Riserva naturale di Ea Sô ne è un esempio virtuoso: nel 2024 ha registrato la perdita di appena 8 ettari, a fronte di una superficie complessiva di circa 26.000 ettari, un risultato impensabile in contesti come la Cambogia o il Laos.
