La furia del tifone Halong, ondata di distruzione in Alaska: cancellate intere comunità, esodo senza precedenti

Oltre 2.000 sfollati, case distrutte e comunità isolate: il disastro meteorologico più grave degli ultimi decenni nell’estremo Nord

La devastazione che ha colpito l’Alaska sudoccidentale lo scorso fine settimana è di proporzioni tali da lasciare segni indelebili non solo nel territorio, ma anche nella vita delle migliaia di persone che lo abitano. Le acque impetuose generate dai resti del tifone Halong, trasformato in una potentissima tempesta extratropicale, hanno travolto centri abitati remoti, cancellando intere comunità e lasciando oltre 2mila sfollati. Secondo il governatore Mike Dunleavy, che ha richiesto alla Casa Bianca la dichiarazione di “major disaster”, i danni sono così estesi che molti residenti non potranno tornare nelle loro case per almeno 18 mesi.

Interi centri abitati spazzati via

Tra i centri più colpiti figura Kipnuk, dove una prima valutazione ha mostrato che 121 abitazioni – il 90% del totale – sono state completamente distrutte. A Kwigillingok, 3 decine di case sono state letteralmente trascinate via dalla corrente e più di un terzo delle rimanenti risulta inagibile. Le onde di marea, spinte da venti che hanno raggiunto i 160 km/h, hanno inondato aree costiere a bassissima altitudine, dove i villaggi nativi si trovano isolati, accessibili solo per via aerea o fluviale. La tempesta ha colpito con la forza di un uragano di 2ª categoria, ha dichiarato Dunleavy.

Il bilancio umano è drammatico: una vittima accertata, 2 dispersi e decine di salvataggi estremi effettuati da squadre di soccorso in elicottero.

Un esodo senza precedenti

In un’operazione di emergenza senza precedenti nella regione artica statunitense, la Guardia Nazionale dell’Alaska ha avviato un ponte aereo verso Anchorage, dove gli sfollati vengono temporaneamente ospitati in un’arena sportiva e in un centro congressi.

Al momento, circa 575 persone sono già state trasferite, ma si prevede l’arrivo di oltre 1.600. Le autorità locali stanno lavorando per sistemare i rifugiati in alloggi temporanei e, successivamente, in soluzioni abitative di medio termine come hotel e appartamenti in affitto.

È probabile che molti non potranno tornare nelle loro comunità per tutto l’inverno”, ha ammesso Dunleavy, ricordando che l’area colpita è una delle più inospitali del continente, con temperature invernali che scendono fino a -40°C.

Ricostruzione lenta e complessa

Il governo federale ha già attivato squadre di ricognizione ambientale e soccorso, ma la ricostruzione sarà lenta e complessa. Se la dichiarazione di disastro verrà approvata dalla Casa Bianca, potranno essere sbloccati fondi federali per infrastrutture, abitazioni e interventi d’urgenza. Le comunità colpite, spesso raggiungibili solo per via aerea, dovranno affrontare lunghi mesi di isolamento e difficoltà logistiche, mentre le autorità locali lavorano per garantire l’assistenza di base e pianificare il rientro graduale dei residenti.

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