La Terra è attraversata da un incessante moto di vita. Ogni giorno miliardi di organismi si spostano alla ricerca di cibo, riparo o compagni, modellando gli ecosistemi attraverso un flusso continuo di materia ed energia. Tuttavia, secondo un recente studio guidato da Yuval Rosenberg e colleghi del Weizmann Institute of Science, pubblicato su Nature Ecology & Evolution, l’umanità è ormai la principale forza mobile del pianeta, superando di oltre 40 volte la somma dei movimenti di tutti gli animali terrestri selvatici. Gli autori hanno introdotto un nuovo concetto: la “biomassa in movimento”, definita come il prodotto tra la massa corporea totale di una specie e la distanza media percorsa annualmente. Questo parametro consente di confrontare in modo diretto la scala della mobilità tra esseri umani e animali, superando le semplici misure di popolazione o distanza percorsa.
Numeri che cambiano la prospettiva
Le stime sono sorprendenti:
- La biomassa totale degli esseri umani è oggi di circa 0,43 gigatonnellate (Gt).
- Il movimento annuale complessivo della biomassa umana ammonta a circa 4.000 Gt·km/anno, con un’incertezza tra 3.400 e 7.000.
- Tutti i mammiferi, uccelli e artropodi terrestri messi insieme muovono circa 100 Gt·km/anno, ovvero quaranta volte in meno.
Il 65% del movimento umano deriva dal trasporto su strada, il 10% dal trasporto aereo e il 5% dai treni, mentre camminare e pedalare contribuiscono ancora a circa il 10–15% del totale (≈600 Gt·km/anno) — un valore comunque superiore a tutta la biomassa mobile degli animali terrestri selvatici.
Un confronto storico: dal 1850 a oggi
Nel 1850, la situazione era capovolta. Gli esseri umani percorrevano principalmente distanze a piedi o a cavallo, per una biomassa mobile stimata in circa 100 Gt·km/anno. Oggi quella cifra si è moltiplicata di quaranta volte, spinta da urbanizzazione, trasporti motorizzati e globalizzazione. Nel frattempo, la biomassa marina mobile, dominata da pesci, zooplancton e mammiferi come le balene, si è dimezzata, passando da circa 80.000 a 30.000 Gt·km/anno, a causa della pesca industriale e della caccia ai grandi cetacei. Questo declino, sottolineano gli autori, ha ridotto drasticamente la capacità degli oceani di trasportare nutrienti e di sostenere cicli ecologici vitali.
Il declino della fauna selvatica
Un secondo studio, pubblicato su Nature Communications da Lior Greenspoon e colleghi, ha ricostruito la storia della biomassa dei mammiferi dal 1850 a oggi.
I dati mostrano che:
- la biomassa dei mammiferi selvatici è scesa da circa 200 milioni di tonnellate a meno di 90 milioni,
- mentre quella umana e del bestiame (bovini, suini, ovini, ecc.) è aumentata da valori simili (≈200 Mt) a oltre 1.100 milioni di tonnellate.
In particolare, la biomassa dei mammiferi marini – balene, foche e delfini – è calata di circa 70% dal XIX secolo, con un impatto ecologico paragonabile alle grandi estinzioni storiche. Al contrario, il bestiame allevato per l’alimentazione rappresenta oggi oltre il 60% della biomassa mammifera globale, schiacciando quella selvatica in termini di massa e influenza sugli ecosistemi.
Un equilibrio spezzato
I ricercatori sottolineano come la perdita di biomassa selvatica non sia solo una questione di estinzioni di specie, ma di funzionalità ecologica: molti animali, pur non estinti, hanno raggiunto densità così basse da non svolgere più ruoli chiave nei cicli ambientali. Parallelamente, la mobilità umana – fisica e tecnologica – sta modificando la distribuzione di nutrienti, carbonio e energia in modi mai osservati prima. L’attività umana non solo domina la superficie terrestre, ma sposta più materia vivente di qualsiasi altro processo biologico naturale.
Verso una “ecologia del movimento umano”
L’insieme dei due studi dipinge un quadro: l’umanità è diventata l’agente dominante della mobilità biologica planetaria, con un impatto superiore a quello di tutti gli altri animali messi insieme. Questa constatazione apre nuove prospettive nella ricerca ecologica e nella politica ambientale. Misurare e monitorare la “biomassa in movimento” – dicono gli autori – potrebbe diventare uno strumento chiave per valutare l’impatto reale delle attività umane e per ridefinire la sostenibilità non solo in termini di emissioni o consumo di risorse, ma anche di movimento della materia vivente.
